Una riflessione del Patriarca di Venezia, il
Cardinale Angelo Scola, apparsa su il “Messaggero di sant’Antonio".
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Mi capita spesso di incontrare genitori della
mia età, felicemente sposati, le cui figlie/i in età da
marito/moglie scelgono di convivere. «Adesso si usa così…», «Eppure da
noi hanno avuto un esempio diverso!», «Cosa ci possiamo fare?».
La domanda, scettica, rassegnata, o accorata a seconda dei casi,
rimbalza dai genitori ai parroci agli educatori, spesso agli stessi
giovani. Eppure, lo abbiamo detto nella prima puntata di questo
nostro dialogo, il «per sempre» è una caratteristica inestirpabile del
vero amore tra un uomo e una donna. Del resto
non lo ritroviamo solo nella formula del rito religioso del
matrimonio («Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele
sempre…»), ma ne rintracciamo un’eco anche nelle norme del Codice
Civile (quando, a proposito di matrimonio, si parla di «obbligo
reciproco alla fedeltà», art. 143). Non c’è nessuno al mondo
che non desideri essere definitivamente amato per poter, a sua
volta, amare definitivamente. La misura con cui il Creatore ha
«tarato» il cuore dell’uomo è infatti l’infinito. Di fronte a
coloro che amiamo di più sentiamo come profondamente ingiusta la
parola fine: «Ama chi dice all’altro: “Tu non puoi morire”»
(Gabriel Marcel).
Ma se le cose
stanno così, perché ci si sposa sempre di meno? È
un problema di crescente individualismo, di maggior precarietà nelle relazioni
affettive e di un preoccupante deficit di speranza. L’idea vincente,
nelle nostre società avanzate, è quella di libertà come assenza
di legami. Si preferiscono rapporti «corti» a rapporti «lunghi», non
solo in chiave temporale ma anche di coinvolgimento personale. Il
modello mercantile del contratto è elevato a paradigma di ogni
relazione. Così alla logica del dono si sostituisce quella del
calcolo, del do ut des. «Solo gli uomini – osserva
acutamente Chesterton – sono in grado di lanciare i loro
cuori oltre tutti i calcoli, per conquistare ciò che il
cuore desidera». Ma il desiderio dell’uomo non può essere ingannato
troppo a lungo impunemente: un’insospettata conferma ci è arrivata anche
dal recente rapporto Censis. Se si vuole saziare la fame
dell’uomo propinandogli in continuazione cibi stuzzicanti ma di scarso valore
nutritivo, il suo desiderio languirà fino a spegnersi. «Sarà –
insistono i più disincantati – ma il mondo è cambiato.
Nessuno accetta più di fare sacrifici». «Senza impegno» ci assicurano
i venditori quando ci vogliono rifilare un prodotto. «Senza impegno»
sembra essere diventata la massima aspirazione di molti giovani. Perché
l’«impegno» mette paura.
Sentite cosa dice a
questo proposito Chesterton: «L’uomo che prende un impegno definitivo prende
un appuntamento con se stesso in qualche momento o luogo
distante. Il pericolo è che egli stesso non riesca a
mantenerlo. E nei tempi moderni questo terrore di se stessi,
della propria debolezza e mutabilità, è cresciuto pericolosamente, ed è
questa la base effettiva dell’obiezione ai voti di qualsiasi genere».
Facciamo come la volpe della favola di Esopo: siccome non
riusciva a raggiungere l’uva, ci rinunciò dicendo che era acerba.
In questo modo noi, insieme con l’ampiezza del desiderio, riduciamo
la nostra umanità. Ma Gesù è venuto per salvarla. Cristo
e la sua Chiesa fanno il tifo per la grandezza
dell’uomo: per questo ci sono i sacramenti. Quello del matrimonio
si fonda sull’incrollabile certezza di cui parla san Paolo: «Colui
che ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a
compimento» (Filippesi 1,6). Mentre vi scrivo queste cose ho in
mente i volti concreti di tante spose e di tanti
sposi fedeli che il mondo giudica «eroici», ma che sono
semplicemente docili alla grazia del sacramento. Certo questo mette in
conto il perdono, un altro «ingrediente» dell’amore tanto decisivo quanto
sconosciuto. Chi non sa perdonare non ama. Ne parleremo ancora
e più diffusamente.
Fonte: www.zenit.org Edizione
per l’Italia 5 marzo 2011