1. La “porta della fede” (cfr At 14,27)
che introduce alla vita di comunione con Dio e permette
l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’
possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene
annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che
trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che
dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo (cfr Rm 6, 4), mediante il quale possiamo chiamare Dio con
il nome di Padre, e si conclude con il passaggio
attraverso la morte alla vita eterna, frutto della risurrezione del
Signore Gesù che, con il dono dello Spirito Santo, ha
voluto coinvolgere nella sua stessa gloria quanti credono in Lui
(cfr Gv17,22). Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio
e Spirito Santo – equivale a credere in un solo
Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che
nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la
nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte
e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che
conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso
del Signore.
2. Fin dall’inizio
del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza
di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce
con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo
dell’incontro con Cristo. Nell’Omelia
della santa Messa per l’inizio del pontificatodicevo: “La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori
in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre
gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita,
verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che
ci dona la vita, la vita in pienezza” [1]. Capita ormai non di rado che i cristiani
si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e
politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come
un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto
non solo non è più tale, ma spesso viene perfino
negato [2]. Mentre nel passato era possibile
riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo
ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati,
oggi non sembra più essere così in grandi settori della
società, a motivo di una profonda crisi di fede che
ha toccato molte persone.
3.
Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la
luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16). Anche l’uomo di
oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come
la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a
credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante
di acqua viva (cfr Gv 4,14). Dobbiamo ritrovare il gusto
di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in
modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno
di quanti sono suoi discepoli (cfr Gv 6,51). L’insegnamento di
Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa
forza: “Datevi da fare non per il cibo che non
dura, ma per il cibo che rimane per la via
eterna” (Gv 6,27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è
lo stesso anche per noi oggi: “Che cosa dobbiamo compiere
per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). Conosciamo la
risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate
in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Credere in
Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in
modo definitivo alla salvezza.
4.
Alla luce di tutto questo ho deciso di indire un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, nel
cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà
nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il
24 novembre 2013. Nella data dell’11 ottobre 2012, ricorreranno anche
i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica,
testo promulgato dal mio Predecessore, il Beato Papa Giovanni Paolo II [3], allo scopo di illustrare
a tutti i fedeli la forza e la bellezza della
fede. Questo documento, autentico frutto delConcilio Vaticano II, fu
auspicato dal Sinodo Straordinario dei Vescovi del 1985 come strumento
al servizio della catechesi [4] e venne
realizzato mediante la collaborazione di tutto l’Episcopato della Chiesa cattolica.
E proprio l’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi è stata
da me convocata, nel mese di ottobre del 2012, sul
tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede
cristiana. Sarà quella un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale
ad un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede.
Non è la prima volta che la Chiesa è chiamata
a celebrare un Anno della fede. Il mio venerato Predecessore
il Servo di Dio Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967, per fare memoria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo
nel diciannovesimo centenario della loro testimonianza suprema. Lo pensò come un momento solenne perché in
tutta la Chiesa vi fosse “un´autentica e sincera professione della
medesima fede”; egli, inoltre, volle che questa venisse confermata in
maniera “individuale e collettiva, libera e cosciente, interiore ed esteriore,
umile e franca” [5]. Pensava che in
tal modo la Chiesa intera potesse riprendere “esatta coscienza della
sua fede, per ravvivarla, per purificarla, per confermarla, per confessarla” [6]. I grandi sconvolgimenti che si verificarono
in quell’Anno, resero ancora più evidente la necessità di una
simile celebrazione. Essa si concluse con la Professione di
fede del Popolo di Dio [7], per
attestare quanto i contenuti essenziali che da secoli costituiscono il
patrimonio di tutti i credenti hanno bisogno di essere confermati,
compresi e approfonditi in maniera sempre nuova al fine di
dare testimonianza coerente in condizioni storiche diverse dal passato.
5. Per alcuni aspetti, il mio
venerato Predecessore vide questo Anno come una “conseguenza ed esigenza
postconciliare” [8], ben cosciente delle gravi difficoltà
del tempo, soprattutto riguardo alla professione della vera fede e
alla sua retta interpretazione. Ho ritenuto che far iniziare l’Anno
della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II possa essere un’occasione propizia per comprendere
che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo
le parole del beato Giovanni Paolo II, “non perdono
il loro valore né il loro smalto. È necessario che
essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e
assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all´interno della
Tradizione della Chiesa … Sento più che mai il dovere
di additare il Concilio, come la grande grazia di cui
la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci
è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del
secolo che si apre”[9]. Io pure intendo
ribadire con forza quanto ebbi ad affermare a proposito del
Concilio pochi mesi dopo la mia elezione a Successore di
Pietro: “se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta
ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una
grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa” [10].
6. Il
rinnovamento della Chiesa passa anche attraverso la testimonianza offerta dalla
vita dei credenti: con la loro stessa esistenza nel mondo
i cristiani sono infatti chiamati a far risplendere la Parola
di verità che il Signore Gesù ci ha lasciato. Proprio
il Concilio, nella Costituzione dogmaticaLumen gentium, affermava: “Mentre Cristo,
«santo, innocente, senza macchia» (Eb 7,26), non conobbe il peccato
(cfr 2Cor 5,21) e venne solo allo scopo di espiare
i peccati del popolo (cfr Eb2,17), la Chiesa, che comprende
nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme
sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della
penitenza e del rinnovamento. La Chiesa «prosegue il suo pellegrinaggio
fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio»,
annunziando la passione e la morte del Signore fino a
che egli venga (cfr 1Cor 11,26). Dalla virtù del Signore
risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore
le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal
di dentro che dal di fuori, e per svelare in
mezzo al mondo, con fedeltà anche se non perfettamente, il
mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi
esso sarà manifestato nella pienezza della luce” [11].
L’Anno della fede, in
questa prospettiva, è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione
al Signore, unico Salvatore del mondo. Nel mistero della sua
morte e risurrezione, Dio ha rivelato in pienezza l’Amore che
salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante
la remissione dei peccati (cfr At 5,31). Per l’apostolo Paolo,
questo Amore introduce l’uomo ad una nuova vita: “Per mezzo
del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte,
perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della
gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una
nuova vita” (Rm 6,4). Grazie alla fede, questa vita nuova
plasma tutta l’esistenza umana sulla radicale novità della risurrezione. Nella
misura della sua libera disponibilità, i pensieri e gli affetti,
la mentalità e il comportamento dell’uomo vengono lentamente purificati e
trasformati, in un cammino mai compiutamente terminato in questa vita.
La “fede che si rende operosa per mezzo della carità”
(Gal 5,6) diventa un nuovo criterio di intelligenza e di
azione che cambia tutta la vita dell’uomo (cfr Rm12,2; Col 3,9-10; Ef 4,20-29; 2Cor 5,17).
7. “Caritas Christi urget nos” (2Cor 5,14): è l’amore di
Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad
evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade
del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i
popoli della terra (cfr Mt 28,19). Con il suo amore,
Gesù Cristo attira a sé gli uomini di ogni generazione:
in ogni tempo Egli convoca la Chiesa affidandole l’annuncio del
Vangelo, con un mandato che è sempre nuovo. Per questo
anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a
favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel
credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. Nella quotidiana
riscoperta del suo amore attinge forza e vigore l’impegno missionario
dei credenti che non può mai venire meno. La fede,
infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore
ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e
di gioia. Essa rende fecondi, perché allarga il cuore nella
speranza e consente di offrire una testimonianza capace di generare:
apre, infatti, il cuore e la mente di quanti ascoltano
ad accogliere l’invito del Signore di aderire alla sua Parola
per diventare suoi discepoli. I credenti, attesta sant’Agostino, “si fortificano
credendo” [12]. Il santo Vescovo di Ippona
aveva buone ragioni per esprimersi in questo modo. Come sappiamo,
la sua vita fu una ricerca continua della bellezza della
fede fino a quando il suo cuore non trovò riposo
in Dio [13]. I suoi numerosi scritti,
nei quali vengono spiegate l’importanza del credere e la verità
della fede, permangono fino ai nostri giorni come un patrimonio
di ricchezza ineguagliabile e consentono ancora a tante persone in
ricerca di Dio di trovare il giusto percorso per accedere
alla “porta della fede”.
Solo
credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; non c’è
altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non
abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore
che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua
origine in Dio.
8. In
questa felice ricorrenza, intendo invitare i Confratelli Vescovi di tutto
l’orbe perché si uniscano al Successore di Pietro, nel tempo
di grazia spirituale che il Signore ci offre, per fare
memoria del dono prezioso della fede. Vorremmo celebrare questo Anno in maniera degna e feconda. Dovrà intensificarsi la riflessione sulla
fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere
più consapevole ed a rinvigorire la loro adesione al Vangelo,
soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che
l’umanità sta vivendo. Avremo l’opportunità di confessare la fede nel
Signore Risorto nelle nostre Cattedrali e nelle chiese di tutto
il mondo; nelle nostre case e presso le nostre famiglie,
perché ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di
trasmettere alle generazioni future la fede di sempre. Le comunità
religiose come quelle parrocchiali, e tutte le realtà ecclesiali antiche
e nuove, troveranno il modo, in questo Anno, per rendere
pubblica professione del Credo.
9.
Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con
fiducia e speranza. Sarà un´occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia, che
è “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e
insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia” [14]. Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i
contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata [15], e riflettere sullo stesso atto con cui si
crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio,
soprattutto in questoAnno.
Non a
caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti ad imparare
a memoria il Credo. Questo serviva loro come preghiera quotidiana
per non dimenticare l’impegno assunto con il Battesimo. Con parole
dense di significato, lo ricorda sant’Agostino quando, in un’Omelia sulla redditio symboli, la consegna del Credo, dice: “Il simbolo del
santo mistero che avete ricevuto tutti insieme e che oggi
avete reso uno per uno, sono le parole su cui
è costruita con saldezza la fede della madre Chiesa sopra
il fondamento stabile che è Cristo Signore … Voi dunque
lo avete ricevuto e reso, ma nella mente e nel
cuore lo dovete tenere sempre presente, lo dovete ripetere nei
vostri letti, ripensarlo nelle piazze e non scordarlo durante i
pasti: e anche quando dormite con il corpo, dovete vegliare
in esso con il cuore” [16].
10. Vorrei, a questo punto, delineare
un percorso che aiuti a comprendere in modo più profondo
non solo i contenuti della fede, ma insieme a questi
anche l’atto con cui decidiamo di affidarci totalmente a Dio,
in piena libertà. Esiste, infatti, un’unità profonda tra l’atto con
cui si crede e i contenuti a cui diamo il
nostro assenso. L’apostolo Paolo permette di entrare all’interno di questa
realtà quando scrive: “Con il cuore … si crede …
e con la bocca si fa la professione di fede”
(Rm10,10). Il cuore indica che il primo atto con cui
si viene alla fede è dono di Dio e azione
della grazia che agisce e trasforma la persona fin nel
suo intimo.
L’esempio di Lidia
è quanto mai eloquente in proposito. Racconta san Luca che
Paolo, mentre si trovava a Filippi, andò di sabato per
annunciare il Vangelo ad alcune donne; tra esse vi era
Lidia e il “Signore le aprì il cuore per aderire
alle parole di Paolo” (At 16,14). Il senso racchiuso nell’espressione
è importante. San Luca insegna che la conoscenza dei contenuti
da credere non è sufficiente se poi il cuore, autentico
sacrario della persona, non è aperto dalla grazia che consente
di avere occhi per guardare in profondità e comprendere che
quanto è stato annunciato è la Parola di Dio.
Professare con la bocca, a sua
volta, indica che la fede implica una testimonianza ed un
impegno pubblici. Il cristiano non può mai pensare che credere
sia un fatto privato. La fede è decidere di stare
con il Signore per vivere con Lui. E questo “stare
con Lui” introduce alla comprensione delle ragioni per cui si
crede. La fede, proprio perché è atto della libertà, esige
anche la responsabilità sociale di ciò che si crede. La
Chiesa nel giorno di Pentecoste mostra con tutta evidenza questa
dimensione pubblica del credere e dell’annunciare senza timore la propria
fede ad ogni persona. È il dono dello Spirito Santo
che abilita alla missione e fortifica la nostra testimonianza, rendendola
franca e coraggiosa.
La stessa
professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario.
E’ la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede. Nella
fede della Comunità cristiana ognuno riceve il Battesimo, segno efficace
dell’ingresso nel popolo dei credenti per ottenere la salvezza. Come
attesta il Catechismo della Chiesa Cattolica: “«Io credo»; è
la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto
al momento del Battesimo. «Noi crediamo» è la fede della
Chiesa confessata dai Vescovi riuniti in Concilio, o più generalmente,
dall’assemblea liturgica dei fedeli. «Io credo»: è anche la Chiesa
nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede
e che ci insegna a dire «Io credo», «Noi crediamo»” [17].
Come
si può osservare, la conoscenza dei contenuti di fede è
essenziale per dare il proprioassenso, cioè per aderire pienamente con
l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa.
La conoscenza della fede introduce alla totalità del mistero salvifico
rivelato da Dio. L’assenso che viene prestato implica quindi che,
quando si crede, si accetta liberamente tutto il mistero della
fede, perché garante della sua verità è Dio stesso che
si rivela e permette di conoscere il suo mistero di
amore [18].
D’altra parte, non possiamo dimenticare che nel nostro contesto culturale
tante persone, pur non riconoscendo in sé il dono della
fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo
e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo.
Questa ricerca è un autentico “preambolo” alla fede, perché muove
le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio.
La stessa ragione dell’uomo, infatti, porta insita l’esigenza di “ciò
che vale e permane sempre” [19]. Tale
esigenza costituisce un invito permanente, inscritto indelebilmente nel cuore umano,
a mettersi in cammino per trovare Colui che non cercheremmo
se non ci fosse già venuto incontro [20]. Proprio a questo incontro la fede ci invita e
ci apre in pienezza.
11.
Per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede,
tutti possono trovare nelCatechismo della Chiesa Cattolica un sussidio
prezioso ed indispensabile. Esso costituisce uno dei frutti più importanti
del Concilio Vaticano II. Nella Costituzione Apostolica Fidei
depositum, non a caso firmata nella ricorrenza del trentesimo anniversario
dell’apertura del Concilio Vaticano
II, il Beato Giovanni Paolo II scriveva: “Questo Catechismo apporterà un contributo molto importante
a quell’opera di rinnovamento dell’intera vita ecclesiale… Io lo riconosco
come uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione
ecclesiale e come una norma sicura per l’insegnamento della fede” [21].
E’
proprio in questo orizzonte che l’Anno della fede dovrà esprimere
un corale impegno per la riscoperta e lo studio dei
contenuti fondamentali della fede che trovano nel Catechismo della
Chiesa Cattolica la loro sintesi sistematica e organica. Qui, infatti,
emerge la ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto,
custodito ed offerto nei suoi duemila anni di storia. Dalla
Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dai Maestri di teologia
ai Santi che hanno attraversato i secoli, il Catechismo offre
una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa
ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per
dare certezza ai credenti nella loro vita di fede.
Nella sua stessa struttura, il Catechismo della Chiesa Cattolica presenta lo sviluppo della fede fino
a toccare i grandi temi della vita quotidiana. Pagina dopo
pagina si scopre che quanto viene presentato non è una
teoria, ma l’incontro con una Persona che vive nella Chiesa.
Alla professione di fede, infatti, segue la spiegazione della vita
sacramentale, nella quale Cristo è presente, operante e continua a
costruire la sua Chiesa. Senza la liturgia e i Sacramenti,
la professione di fede non avrebbe efficacia, perché mancherebbe della
grazia che sostiene la testimonianza dei cristiani. Alla stessa stregua,
l’insegnamento del Catechismo sulla vita morale acquista tutto il suo
significato se posto in relazione con la fede, la liturgia
e la preghiera.
12. In
questo Anno, pertanto, il Catechismo della Chiesa Cattolica potrà
essere un vero strumento a sostegno della fede, soprattutto per
quanti hanno a cuore la formazione dei cristiani, così determinante
nel nostro contesto culturale. A tale scopo, ho invitato la Congregazione per la Dottrina
della Fede, in accordo con
i competenti Dicasteri della Santa Sede, a redigere una Nota,
con cui offrire alla Chiesa ed ai credenti alcune indicazioni
per vivere quest’Anno della fede nei modi più efficaci ed
appropriati, al servizio del credere e dell’evangelizzare.
La fede, infatti, si trova ad essere sottoposta
più che nel passato a una serie di interrogativi che
provengono da una mutata mentalità che, particolarmente oggi, riduce l’ambito
delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche.
La Chiesa tuttavia non ha mai avuto timore di mostrare
come tra fede e autentica scienza non vi possa essere
alcun conflitto perché ambedue, anche se per vie diverse, tendono
alla verità [22].
13. Sarà decisivo nel corso di questo Anno ripercorrere
la storia della nostra fede, la quale vede il mistero
insondabile dell’intreccio tra santità e peccato. Mentre la prima evidenzia
il grande apporto che uomini e donne hanno offerto alla
crescita ed allo sviluppo della comunità con la testimonianza della
loro vita, il secondo deve provocare in ognuno una sincera
e permanente opera di conversione per sperimentare la misericordia del
Padre che a tutti va incontro.
In questo tempo terremo fisso lo sguardo su Gesù
Cristo, “colui che dà origine alla fede e la porta
a compimento” (Eb 12,2): in lui trova compimento ogni travaglio
ed anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta
al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del
perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi
al vuoto della morte, tutto trova compimento nel mistero della
sua Incarnazione, del suo farsi uomo, del condividere con noi
la debolezza umana per trasformarla con la potenza della sua
Risurrezione. In lui, morto e risorto per la nostra salvezza,
trovano piena luce gli esempi di fede che hanno segnato
questi duemila anni della nostra storia di salvezza.
Per fede Maria accolse la parola dell’Angelo
e credette all’annuncio che sarebbe divenuta Madre di Dio nell’obbedienza
della sua dedizione (cfr Lc 1,38). Visitando Elisabetta innalzò il
suo canto di lode all’Altissimo per le meraviglie che compiva
in quanti si affidano a Lui (cfr Lc 1,46-55). Con
gioia e trepidazione diede alla luce il suo unico Figlio,
mantenendo intatta la verginità (cfr Lc 2,6-7). Confidando in Giuseppe
suo sposo, portò Gesù in Egitto per salvarlo dalla persecuzione
di Erode (cfr Mt 2,13-15). Con la stessa fede seguì
il Signore nella sua predicazione e rimase con Lui fin
sul Golgota (cfr Gv 19,25-27). Con fede Maria assaporò i
frutti della risurrezione di Gesù e, custodendo ogni ricordo nel
suo cuore (cfr Lc 2,19.51), lo trasmise ai Dodici riuniti
con lei nel Cenacolo per ricevere lo Spirito Santo (cfr At 1,14; 2,1-4).
Per fede
gli Apostoli lasciarono ogni cosa per seguire il Maestro (cfr Mc 10,28). Credettero alle parole con le quali annunciava il
Regno di Dio presente e realizzato nella sua persona (cfr Lc11,20). Vissero in comunione di vita con Gesù che li
istruiva con il suo insegnamento, lasciando loro una nuova regola
di vita con la quale sarebbero stati riconosciuti come suoi
discepoli dopo la sua morte (cfr Gv 13,34-35). Per fede
andarono nel mondo intero, seguendo il mandato di portare il
Vangelo ad ogni creatura (cfr Mc 16,15) e, senza alcun
timore, annunciarono a tutti la gioia della risurrezione di cui
furono fedeli testimoni.
Per fede
i discepoli formarono la prima comunità raccolta intorno all’insegnamento degli
Apostoli, nella preghiera, nella celebrazione dell’Eucaristia, mettendo in comune quanto
possedevano per sovvenire alle necessità dei fratelli (cfr At 2,42-47).
Per fede i martiri donarono
la loro vita, per testimoniare la verità del Vangelo che
li aveva trasformati e resi capaci di giungere fino al
dono più grande dell’amore con il perdono dei propri persecutori.
Per fede uomini e donne
hanno consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa
per vivere in semplicità evangelica l’obbedienza, la povertà e la
castità, segni concreti dell’attesa del Signore che non tarda a
venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso un’azione a favore
della giustizia per rendere concreta la parola del Signore, venuto
ad annunciare la liberazione dall’oppressione e un anno di grazia
per tutti (cfr Lc 4,18-19).
Per fede, nel corso dei secoli, uomini e donne di
tutte le età, il cui nome è scritto nel Libro
della vita (cfr Ap 7,9; 13,8), hanno confessato la bellezza
di seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a
dare testimonianza del loro essere cristiani: nella famiglia, nella professione,
nella vita pubblica, nell’esercizio dei carismi e ministeri ai quali
furono chiamati.
Per fede viviamo
anche noi: per il riconoscimento vivo del Signore Gesù, presente
nella nostra esistenza e nella storia.
14. L’Anno della fede sarà anche un’occasione propizia per
intensificare la testimonianza della carità. Ricorda san Paolo: “Ora dunque
rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la
carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”
(1Cor 13,13). Con parole ancora più forti - che da
sempre impegnano i cristiani - l’apostolo Giacomo affermava: “A che
serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma
non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se
un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti
del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene
in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il
necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche
la fede: se non è seguita dalle opere, in se
stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai
la fede e io ho le opere; mostrami la tua
fede senza le opere, ed io con le mie opere
ti mostrerò la mia fede»” (Gc 2,14-18).
La fede senza la carità non porta frutto
e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in
balia costante del dubbio. Fede e carità si esigono a
vicenda, così che l’una permette all’altra di attuare il suo
cammino. Non pochi cristiani, infatti, dedicano la loro vita con
amore a chi è solo, emarginato o escluso come a
colui che è il primo verso cui andare e il
più importante da sostenere, perché proprio in lui si riflette
il volto stesso di Cristo. Grazie alla fede possiamo riconoscere
in quanti chiedono il nostro amore il volto del Signore
risorto. “Tutto quello che avete fatto a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40): queste sue parole sono un monito da non dimenticare
ed un invito perenne a ridonare quell’amore con cui Egli
si prende cura di noi. E’ la fede che permette
di riconoscere Cristo ed è il suo stesso amore che
spinge a soccorrerlo ogni volta che si fa nostro prossimo
nel cammino della vita. Sostenuti dalla fede, guardiamo con speranza
al nostro impegno nel mondo, in attesa di “nuovi cieli
e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13; cfr Ap 21,1).
15.
Giunto ormai al termine della sua vita, l’apostolo Paolo chiede
al discepolo Timoteo di “cercare la fede” (cfr 2Tm 2,22)
con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15). Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché
nessuno diventi pigro nella fede. Essa è compagna di vita
che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie
che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni
dei tempi nell’oggi della storia, la fede impegna ognuno di
noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel
mondo. Ciò di cui il mondo oggi ha particolarmente bisogno
è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e
nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire
il cuore e la mente di tanti al desiderio di
Dio e della vita vera, quella che non ha fine.
“La Parola del Signore corra
e sia glorificata” (2Ts 3,1): possa questo Anno della fede rendere sempre più saldo il rapporto con Cristo Signore, poiché
solo in Lui vi è la certezza per guardare al
futuro e la garanzia di un amore autentico e duraturo.
Le parole dell’apostolo Pietro gettano un ultimo squarcio di luce
sulla fede: “Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora
dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie
prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più
preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con
fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando
Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo
visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate
di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della
vostra fede: la salvezza delle anime” (1Pt 1,6-9). La vita
dei cristiani conosce l’esperienza della gioia e quella della sofferenza.
Quanti Santi hanno vissuto la solitudine! Quanti credenti, anche ai
nostri giorni, sono provati dal silenzio di Dio mentre vorrebbero
ascoltare la sua voce consolante! Le prove della vita, mentre
consentono di comprendere il mistero della Croce e di partecipare
alle sofferenze di Cristo (cfr Col 1,24), sono preludio alla
gioia e alla speranza cui la fede conduce: “quando sono
debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Noi crediamo
con ferma certezza che il Signore Gesù ha sconfitto il
male e la morte. Con questa sicura fiducia ci affidiamo
a Lui: Egli, presente in mezzo a noi, vince il
potere del maligno (cfr Lc 11,20) e la Chiesa, comunità
visibile della sua misericordia, permane in Lui come segno della
riconciliazione definitiva con il Padre.
Affidiamo alla Madre di Dio, proclamata “beata” perché “ha creduto”
(Lc 1,45), questo tempo di grazia.
Dato a Roma,
presso San Pietro, l’11 ottobre dell’Anno 2011, settimo di Pontificato.
Benedetto XVI
[2] Cfr BENEDETTO XVI, Omelia
S. Messa al Terreiro do Paço, Lisbona (11 maggio 2010):Insegnamenti VI,1(2010), 673.
[3] Cfr GIOVANNI PAOLO II, Cost. ap. Fidei depositum (11 ottobre 1992): AAS 86(1994), 113-118.
[4] Cfr Rapporto finale del Secondo Sinodo Straordinario dei Vescovi (7
dicembre 1985), II, B, a, 4: in Enchiridion Vaticanum, vol.
9, n. 1797.
[5] PAOLO VI, Esort. ap. Petrum et Paulum Apostolos, nel XIX centenario del martirio
dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (22 febbraio 1967): AAS 59(1967), 196.
[6] Ibid., 198.
[7] PAOLO VI, Solenne Professione di fede, Omelia per
la Concelebrazione nel XIX centenario del martirio dei Santi Apostoli
Pietro e Paolo, a conclusione dell’ “Anno della fede” (30
giugno 1968): AAS 60(1968), 433-445.
[8] ID., Udienza Generale (14 giugno 1967): Insegnamenti V(1967), 801.
[9] GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Novo millennio ineunte (6 gennaio 2001), 57: AAS93(2001), 308.
[10] Discorso alla Curia Romana (22 dicembre 2005): AAS 98(2006), 52.
[11] CONC. ECUM. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen
gentium, 8.
[12] De utilitate credendi, 1,2.
[13] Cfr AGOSTINO D’IPPONA, Confessioni, I,1.
[14] CONC. ECUM. VAT. II, Cost. sulla sacra liturgia Sacrosanctum
Concilium, 10.
[15] Cfr GIOVANNI PAOLO II, Cost.
ap. Fidei depositum (11 ottobre 1992): AAS 86(1994), 116.
[16] Sermo 215,1.
[17] Catechismo della Chiesa Cattolica, 167.
[18] Cfr
CONC. ECUM. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei
Filius, cap. III: DS 3008-3009; CONC. ECUM. VAT. II, Cost.
dogm. sulla divina rivelazione Dei Verbum, 5.
[19] BENEDETTO XVI, Discorso
al Collège des Bernardins, Parigi (12 settembre 2008): AAS100(2008), 722.
[20] Cfr AGOSTINO
D’IPPONA, Confessioni, XIII, 1.
[21] GIOVANNI PAOLO II,
Cost. ap. Fidei depositum (11 ottobre 1992): AAS 86(1994),
115 e 117.
[22] Cfr ID., Lett.
enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), nn. 34 e106:
AAS 91(1999), 31-32, 86-87.
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Fonte: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20111011_porta-fidei_it.html