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Custode della famiglia
ITALIA | APOSTOLATO | NOTIZIE
Una riflessione di massimo Losito sul ruolo della paternità oggi, in occasione della festività liturgica di san Giuseppe, che coincide con la festa del papà.

Famiglia

La paternità. Se ne parla meno spesso della maternità ma oggi sappiamo quanto sia importante il ruolo dei padri per i figli, e quanto sia importante stabilire una buona relazione, dedicare ai figli momenti da vivere solo con i padri.

Ne parliamo con Massimo Losito, consigliere dell´associazione "La Quercia Millenaria", docente della Facoltà di Bioetica dell´Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e padre di 7 figli.

Non dimentichiamo che prima di essere padre di sette figli, sono marito di una moglie! Scherzi a parte, non si può inquadrare la paternità senza inserirla nella vita di una famiglia. Dietro un uomo che riesce a fare il padre, probabilmente c´è una donna che lo aiuta ad esserlo. Quella di oggi è stata definita una "società senza padri", ma è la maternità ad essere sotto continui attacchi. Le due cose sono legate.

Le famiglie "numerose" come la sua non sono poi così numerose, almeno in Italia. Di sicuro nella vita quotidiana sarete osservati, presi come esempio...

Veramente più spesso siamo presi come folli! Ma non siamo né folli né eroi. Lo sottolineiamo spesso, soprattutto nell´esperienza della Quercia Millenaria:  con molte delle famiglie dell´associazione abbiamo condiviso il momento doloroso e al contempo meraviglioso dell´accoglienza di un figlio terminale. Ma la scelta di portare avanti una gravidanza patologica, di un bimbo che forse morirà appena nato perché incompatibile con la vita, non è eroica, né folle: è la via normale di una genitorialità piena.

Normale, forse, comune non di sicuro.

La nostra fu una scelta non comune fatta da due comuni genitori. Quella scelta non deve essere lodata come eccezionale, altrimenti sembra che la norma debba essere un´altra. C´è un rischio persino in questa intervista, e cioè quello di mostrare me e la mia famiglia come un modello: c´è un gran bisogno di esempi oggi. Ma noi non siamo esemplari, io per primo non lo sono. Sono però spettatore di un´opera di Dio, questo sì. Testimoniare quest´opera che Dio sta portando avanti con me e la mia famiglia lo faccio volentieri: tanto più è grande ed evidente il mio limite, tanto più traspare l´azione gratuita di Dio. Anzi, credo che questa testimonianza sia il primo dovere che ho nei confronti dei miei figli: essere un dito puntato verso il Padre dal quale ogni paternità prende nome, diventare trasparente. Senza sparire però...


Effettivamente oggi il padre sembra essere sparito.

Si, ci sono padri che spariscono perché lavorano ininterrottamente, col desiderio di soddisfare tutti i bisogni materiali dei o spesso del figlio. Altri spariscono -in quanto padri- cercando di diventare amici dei figli, magari su Facebook, per soddisfare bisogni affettivi (più loro che dei figli). Ma un padre dovrebbe piuttosto accompagnare i figli nella loro crescita integrale come persone. E per accompagnare non si può sparire, bisogna stare là. Stare là  quando ti chiamano ininterrottamente la notte, per la malattia, per la paura, per ... "la pipì" o quando ormai adolescenti non ti chiamano proprio mai...

Stare là vuol dire tenere per mano quando serve, altre volte lasciar liberi persino di cadere, ma poi rialzare dalle cadute. Talvolta serve inginocchiarsi per parlare con loro alla loro altezza, talvolta è bene che alzino lo sguardo: il padre è abbraccio di amore, ma è anche riferimento alla norma. Stare là vuol dire, infine, entrare in una relazione personale con i figli - e ciascun figlio è un figlio unico - e ogni relazione costa, perché è il confronto con l´altro da me. Andare verso l´altro, accoglierlo, significa uscire da sé per fargli spazio. Significa donarsi, senza tornaconto.
Quanto conta la dimensione della fede?

La paternità - anche quella spirituale - scriveva Don Giussani significa essere appassionati del destino dei figli. E il destino è soprattutto destino eterno. Quindi la prima missione in famiglia è proprio la trasmissione della fede. Questo in casa cerchiamo di realizzarlo nella preghiera in comune: le preghiera semplice, quella prima del pasto, benedicendo il cibo, Dio che ce lo ha donato, ma anche chi ha cucinato e chi (dei figli, magari sbuffando) ha apparecchiato. Con la preghiera della sera, raccontando a Gesù la nostra giornata, i nostri bisogni, come avere una macchina nuova (non entriamo più nell´altra!), pregando per maestre, catechisti e compagni, concludendo con un´ Ave Maria recitata con le assonanti e assonnate parole storpiate di un bambino, e prima della buonanotte, la mia benedizione paterna su ognuno di loro. O infine, nelle lodi che facciamo insieme la domenica mattina, come abbiamo imparato nel Cammino che facciamo nella nostra parrocchia, dove cerchiamo di dialogare con loro, soprattutto delle loro difficoltà quotidiane alla luce della Sacra Scrittura. 

Ma come reagiscono i figli, quando magari molti dei loro amici hanno abitudini completamente diverse?

Per intenderci, non è che in casa abbiamo candele accese, incenso e canti gregoriani. La quotidianità è fatta anche per me e i miei figli di scuola, compiti, sport, musica, film magari da vedere insieme. Ma la buona abitudine della preghiera e della vita sacramentale dovrebbe accompagnarci sempre, per trasformare la vita in una liturgia di lode, sostenuta dalla Parola di Dio.
Personalmente la Chiesa con la Sacra Scrittura mi insegna ad essere padre, perché mi insegna ad essere figlio di Colui che possiamo chiamare con confidenza Padre Nostro. Scoprendoci figli del Padre perfetto, da Lui impariamo anche la paternità. Come è Dio Padre nei miei confronti? Misericordioso, pietoso, lento all´ira, fedele, giusto... Così è il padre della parabola del figlio prodigo. Così indubbiamente è stato S.Giuseppe, un personaggio meraviglioso e che le famiglie dovrebbero conoscere di più.

Eppure la figura di san Giuseppe, forse perché caratterizzato sempre dal silenzio, rimane per certi versi enigmatica: in che modo può essere presentato ai padri di oggi come modello cui guardare?

Innanzitutto possiamo imparare proprio il silenzio di S. Giuseppe che non è quello che spesso noi uomini abbiamo, davanti alla partita in tv, o rintanati dietro il giornale, incapaci di sostenere più di dieci parole di fila con (o da) nostra moglie! Il silenzio di Giuseppe è ascolto della volontà di Dio, verso la quale si fa ´giusto´, si aggiusta  e verso la quale cammina con la Santa Famiglia.

Poi S. Giuseppe è il fedele custode, è vuole esserlo anche delle nostre famiglie, invochiamolo con fiducia come faceva S.Teresa! Impariamo da lui proprio la "custodia", che è il compito che Dio dà all´uomo nella creazione: custodire vuol dire proteggere, ma anche sapere che quanto ci è dato non è nostro e che dobbiamo restituirlo più bello di prima. Questo vale nei confronti di noi stessi, del creato e dei nostri figli; questa, per dirla con Giovanni Paolo II, è vera "ecologia umana".


DATA DI PUBBLICAZIONE: 2012-03-19


 
 

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