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La Settimana Santa: passione, attesa e speranza
ITALIA | NOTIZIE
di Marco Zaccaretti, L.C.

“Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45)
“Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45)

Che cos’è la Settimana Santa?

La Settimana Santa propriamente detta, incomincia a partire dalla domenica delle palme e finisce con la Pasqua del Signore nel giorno della Risurrezione. I giorni più importanti, nei quali la Chiesa ricorda in un modo speciale i misteri di Gesù, sono il Giovedì, il Venerdì ed il Sabato Santo ed il più significativo di tutti, la Domenica di Pasqua.

Il giovedì santo è il giorno in cui tutta la Chiesa rievoca l’Ultima Cena di Gesù, nella quale viene resa presente l’Eucaristia; secondo i Sinottici, l’Ultima Cena è avvenuta nella ricorrenza della Pasqua ebraica. S. Paolo nella sua lettera ai Corinzi ci dice: “ Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1 Cor 11,23-26).

Gesù quando ci dice: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45), ci vuole far capire che la sua passione è un servizio spinto sino all’estremo. L’Eucaristia è Gesù che si mette a nostra disposizione. Egli si fa nostro cibo, nostra bevanda. Non è possibile mettersi al servizio di un’altra persona in un modo più completo e più perfetto di questo. Il vangelo di questo giorno, riferisce un altro episodio di quella serata in cui Gesù venne tradito; il Signore, in atteggiamento di servizio e di un’umiltà sconvolgente, lava i piedi ai suoi discepoli, dandoci l’esempio di come anche noi dobbiamo servire i nostri fratelli facendoci umili e semplici in ogni momento.

Durante il Venerdì Santo la Chiesa ricorda la passione, la morte e la sepoltura di Gesù. Il vangelo di Giovanni ci dice che Gesù si trova nel giardino del Getsemani e vengono a prenderlo; è una situazione drammatica ed umiliante. Gesù che è il Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo, la seconda Persona della Santissima Trinità, viene considerato come un malfattore e Lui non fa altro che accettare ed amare la volontà del Padre.

Quando è interrogato dal sommo sacerdote, Gesù risponde con una grande dignità a tutte
“Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”(Gv 18,23)
“Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”(Gv 18,23)
le accuse che gli facevano: “Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro” (Gv 18,21) Dopo che viene schiaffeggiato ingiustamente, gesto estremamente umiliante per Lui, Gesù risponde con grandissima distinzione: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”(Gv 18,23)

Una volta che Gesù è condannato a morte, a causa della cecità dei farisei e della codardia di Pilato, dopo essere stato condotto sul Golgota, viene crocifisso assieme a due malfattori. Sulla croce Gesù manifesta ancor di più il suo amore profondo ed eterno verso di noi, quando, vedendo la Madre ed il discepolo amato, ce la affida, perché sa che noi abbiamo bisogno del suo amore e del conforto della Madre. Dopo questo momento Gesù può finalmente dire:“Tutto è compiuto!” (Gv19,30).

Il sabato santo è un giorno in cui la Chiesa ci invita ad aspettare, assieme alla Madonna, in religioso silenzio, il grande avvenimento della Resurrezione; è un giorno in cui possiamo imparare da Maria a meditare sui misteri del Signore come (lo) faceva lei che “serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 3,51). In attesa di poter recitare con gioia nella Veglia pasquale: “O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto (…)”.

 

Il sacrificio di San Massimiliano Maria Kolbe che imita Gesù.

San Massimiliano Maria Kolbe OFM, (1894-1941) era un sacerdote polacco arrestato nel 1941. E’ stato rinchiuso nel campo di concentramento di  Auschwitz a causa della grande carità dimostrata verso migliaia di profughi di guerra, tra cui moltissimi ebrei, assistiti presso il convento di Niepokalanow (La Città di Maria).

 Una sera verso la fine di luglio, con lo squillo delle sirene, fu segnalata un´avvenuta evasione. In questi casi, al fine di scoraggiare ulteriori tentativi, si procedeva a rinchiudere dieci prigionieri scelti a caso nelle cosiddette celle della fame e morte.
Franciszek Gajowniczec era uno dei detenuti scelti per l´invio nelle celle della morte.

 Quando fu scelto , Franciszek urlò: “Cosa ne sarà della mia povera moglie e dei miei figli ?" . Udendo questo lamento disperato, Massimiliano si fece avanti e chiese di poter prendere il posto di questo uomo. Dal momento che i nazisti preferivano tenere in vita  un giovane lavoratore piuttosto che un anziano prete, accondiscesero alla richiesta e Massimiliano fu avviato al Blocco 13 insieme alle
San Massimiliano Maria Kolbe OFM, subì il martirio il 14 agosto 1941 nel campo di Auschwitz
San Massimiliano Maria Kolbe OFM, subì il martirio il 14 agosto 1941 nel campo di Auschwitz
altre nove vittime innocenti.

Il Blocco 13 era costituito da un insieme di celle sotterranee scarsamente areate, dove i detenuti morivano lentamente per mancanza d’acqua e cibo.

Per due settimane Massimiliano recitò preghiere e cantò per cercare di alleviare le sofferenze dei suoi compagni. Il suo solo fine era di aiutarli. Ogni volta che la porta della cella veniva aperta, i nove piangevano supplicando disperatamente acqua e cibo, che tuttavia venivano negati.

Massimiliano non chiese mai nulla, né mai si lamentò. Cercò, in questa tragica circostanza, di dar conforto ai suoi compagni di cella.

Lentamente, uno alla volta, i prigionieri morirono, ma Massimiliano sopravviveva insieme altri quattro. Alla fine i carcerieri decisero che il tempo era ormai scaduto, e che comunque la cella dovesse essere utilizzata per altri detenuti.

Così, dopo quindici giorni di agonia per fame e sete, fu chiamato il capo dell´infermeria del campo, un criminale comune, che  praticò a Massimiliano ed agli altri sul braccio sinistro un´iniezione letale di acido fenico assicurando a loro una morte dolorosa.
Massimiliano, pregando, offrì il suo braccio al boia morendo martire il 14 agosto 1941, il corpo venne cremato insieme a quello delle altre vittime del campo di sterminio. Le sue ultime parole furono: “Ave Maria!”.

Franciszek, l´uomo al quale Massimilano salvò la vita, e´ morto nel 1995, a distanza di 53 anni dal sacrificio del sacerdote polacco.

Ha trascorso  tutti questi  anni onorando  la memoria di Padre Kolbe, che rinunciò alla sua vita per lui.

Un interprete riferì  che Franciszek, approssimandosi la fine dei suoi giorni, gli disse: “Sino a quando avrò respiro considererò mio dovere far conoscere a  tutti  l’eroico atto d´amore di Massimiliano Kolbe”.

PadreMassimiliano Maria Kolbe è stato proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 1982; la festa liturgica ricorre il 14 agosto, giorno della sua morte terrena.

Propositi concreti.

Senz’altro il sacrificio di San Massimiliano Kolbe è un esempio estremo di amore, il quale imita l’amore di Cristo per ognuno di noi; ciò non vuol dire che noi cristiani siamo chiamati a vivere un sacrificio di questo tipo, ma a vivere piuttosto le virtù che ci fanno assomigliare di più a Gesù, “morendo” a noi stessi, con il fine che Cristo viva di più in noi.

Con l’aiuto del nostro Socio, che è lo Spirito Santo, potremmo vedere quale di questi propositi, Dio vuole che ci sforziamo di vivere, con l’unico desiderio di amare un po’ di più Gesù  nella nostra vita:

  • Cercare di parlare sempre bene degli altri, senza mai sparlare o criticare le altre persone anche su aspetti che oggettivamente non sono corretti. Fare lo sforzo di far risaltare le qualità degli altri, facendo silenzio sui loro difetti.
  • Credo che la passione di Gesù ci può insegnare a non emettere mai giudizi negativi interni o esterni sulle altre persone, consapevoli che noi non siamo nessuno per giudicare ed anche coscienti della necessità di fare la distinzione tra il peccato (sempre da condannare) ed il peccatore che necessita della misericordia di Dio e della nostra comprensione.
  • Fare lo sforzo di accompagnare Gesù in un modo più costante e fervente durante le nostre giornate; facendo, ogni tanto, qualche visita eucaristica in una Chiesa, oppure pregando una decina del S. Rosario per un’intenzione che ci sta a cuore, o leggendo ogni giorno alcuni versetti della Bibbia per alimentare la nostra fede, speranza e carità con la Parola di Dio.
  • Fare uno sforzo più costante di vivere la pazienza con gli altri ad esempio di  Cristo, che durante la sua passione, non si è mai lamentato.


FECHA DE PUBLICACIÓN: 2009-04-03


 
 


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