Di Federico Macchi, L.C.
Quando non bastano i richiami della Sacra Scrittura, a liberarci della vanità,
ecco che Dio interviene con nuovi messaggi dal cielo. Nella
società dell’immagine, in cui siamo sempre più preoccupati per il
nostro aspetto, in cui aumentano le vendite di cosmetici e
si moltiplicano i saloni di bellezza anche per gli uomini,
la perenne fioritura di santi ha messaggi sempre nuovi e
sempre attuali.
Durante il
mio soggiorno in America,
mi sono reso conto che, per molte persone, vedere il
Papa non è facile come per noi italiani; eppure queste
persone dicevano di sentire “una presenza superiore” quando avevano la
possibilità di vederlo dal vivo. Si riferivano certo a Giovanni
Paolo II, che ha visitato le due città in cui
ho vissuto: Puebla e Mérida, ma anche alla visita di
Benedetto XVI a León.
Mi si consenta una parentesi filosofica. Certamente le persone quando dicono “vederlo” si riferiscono
prima di tutto al volto. Parafrasando un po’ un pensiero,
che oggi chiameremmo da “teologia del corpo”, di Romano Guardini,
il volto è la parte più espressiva della persona, quello
che rivela la sua personalità e quindi qualcosa della sua
interiorità. Il volto è nostro e allo stesso
tempo non ci appartiene. Non lo possiamo vedere se non
nello specchio. Appartiene agli altri quasi a dire che la
nostra vera natura, voluta da Dio, è quella di “essere
per l’altro”.
È vero che ci sono
casi in cui la relazione tra le persone si stabilisce
nell’ambito sentimentale, ma questo non è sempre vero.
Tornando a Giovanni Paolo II, volevo riportare il racconto che
ho sentito della conversione di una giovane colombiana, avvenuta grazie
al volto del Papa. La ragazza, giovane e bella, viveva
in modo dissoluto e lontano da Dio. Era tossicodipendente ormai
da molto tempo e sembrava umanamente difficilissimo, se non impossibile,
il suo recupero. Eppure, il volto di Giovanni Paolo II,
visto in televisione, per caso, passando davanti alla vetrina di
un negozio, ha compiuto il “miracolo”: la conversione improvvisa e
definitiva.
Ci sono santi
così luminosi, che anche
solo con il loro aspetto, con il loro volto, ci
parlano misteriosamente di Dio. La Bibbia ci porta l’esempio di
Mosè, il cui volto, al ritorno dal Sinai, dove era
stato a contatto con Dio, risplendeva luminoso.
Un altro esempio è quello di Kateri Takawitha, recentemente canonizzata con il
nome di battesimo, Caterina. La sua storia ci riporta indietro,
ai tempi degli indiani e dei missionari disposti al sacrificio
della vita, in mezzo a uomini adorni di penne colorate.
kateri, infatti, è la prima santa pellerossa, come diremmo noi,
e per essere più precisi, figlia di un padre irochese
pagano e di madre algonchina cristiana.
Kateri rimane orfana a soli quattro anni. Due anni dopo,
il vaiolo portato, involontariamente, dai conquistatori, quasi un’arma batteriologica moderna,
distrusse la sua famiglia, ad eccezione di lei. Rimase però
segnata per tutta la vita dalle piaghe del vaiolo, che
portava anche sul volto e le rendevano faticosa la vista.
Il suo nome indiano significa, infatti, “colei che spinge con
le mani”.
Non mi dilungo sull’interessante vita
di santità di Kateri. Solo voglio ricordarne l’epilogo: pochi minuti
dopo la morte, infatti, il volto di Kateri si è
trasformato in una luce sorprendente e le cicatrici sono scomparse
del tutto.