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Chi ti sta rubando la felicità?
ITALIA | ATTUALITA | TESTIMONIANZE
Testimonianza vocazionale di p. Lorenzo Campanella, L.C.

Uno strano fidanzatino


«Come la prenderà lei?». «Sarà giusto quello che sto facendo?».


«Sì, è la maniera migliore di dirglielo. Lei saprà capire. E se non capirà, almeno io sarò stato sincero».


Erano questi i pensieri che mi facevano tremare la mano mentre, all’età di nove anni, scrivevo la lettera in cui informavo la mia fidanzatina che sarei diventato sacerdote. Pertanto dovevamo interrompere la nostra relazione. Ricordo la sua reazione. All’inizio scorreva e riscorreva gli occhi su quel foglio di carta, pensando di aver sbagliato a leggere qualche parola, infine io le confermai la mia decisione, saremmo rimasti amici.


«Se tu ti fai prete, io mi faccio suora» fu la risposta di una bambina affettuosa, generosa e radicale. Tuttavia nel giro di pochi anni sia io che lei ci dimenticammo di quelle promesse. Nel caso di lei, si trattava di un impeto momentaneo e circostanziale. Difatti adesso, con la benedizione di Dio, è una felice mamma di due figli.


Il mio caso era diverso. Quel “sentimento vocazionale” era qualcosa di costante, che mi accompagnò a lungo, tra i 9 e gli 11 anni. Frequentai anche i ritiri di preparazione per entrare al seminario minore della diocesi. Tuttavia non ebbi il coraggio di entrare in seminario e mi inventai una scusa: «dovevo rimanere nella mia scuola, per aiutare i miei compagni di classe a capire le lezioni ed a fare i compiti». Filantropia invece di spiritualità?


Ma chi te lo fa fare?


Durante la scuola media ed il liceo, mi convinsi che la vocazione sacerdotale non faceva per me. Non che avessi risolto quel desiderio che avevo sentito da piccolo. Tuttavia trovai sempre delle mezze risposte che rimandavano il problema, come: «Non voglio frequentare le superiori in seminario, perché mi interessa un liceo scientifico, mentre il seminario offre solo gli indirizzi classico o pedagogico».


Così, trascorsi un’adolescenza normale, cioè scompigliata, insoddisfatta e alla ricerca di uno stile di vita nuovo e alternativo. Mi attirava tutto ciò che fosse “alternativo”, nel senso di non conforme a una moda o uno stile stipulato da altri. Rifuggivo da quanto si imponeva solo per convenzione o per diffusione popolare. Cercavo uno stile di vita che fosse realmente e solo mio.


Anche se avevo anestesizzato la vocazione, mi erano rimaste nel cuore delle domande profonde: «Perché sono nato in un paese benestante, e non in una zona di guerra? Perché tante persone non hanno accesso ad uno stile di vita migliore? Perché, se l’umanità ha tanti secoli di storia, continuiamo a farci le stesse domande, sull’amore, sulla felicità, senza trovare una soluzione?».


In realtà, come ogni buon adolescente, sotto una cappa di slancio e novità, nascondevo anche miopia e luoghi comuni. Per esempio, riguardo al tema vocazionale. Quando qualche seminarista della diocesi veniva a dare una testimonianza in parrocchia, pensavo: «Poverino. Come minimo Dio gli si dev’essere manifestato in modo tanto forte, tipo apparizione dell’arcangelo Gabriele, da averlo lasciato senza vie di scampo». Mi ero fatto un’idea così ridotta della vocazione consacrata, che pensavo che si potesse accettare di viverla solo forzosamente. Invece Dio non chiama mai nessuno sotto obbligo, o sotto minaccia di repressioni in caso di mancata collaborazione. Dio vuole essere seguito non per timore, ma per amore e sulla strada della libertà. È per questo che preferisce chiamare con segni semplici, sufficienti ma anche deboli, che lascino sempre un margine d’azione al soggetto.


Per cammini contrari


«Se ti metti insieme a quella ragazza, significa che devi diventare sacerdote». Sentii questa frase mentre ascoltavo la testimonianza vocazionale di una giovane suora di clausura. Avevo 18 anni e mi trovavo in un viaggio ad Assisi con i ragazzi della parrocchia. Fu come se una tegola mi fosse caduta sulla testa. Nessuno aveva pronunciato quelle parole, ma io le avevo sentite. Inoltre non avevano senso. Perché mi sarei dovuto mettere insieme a quella ragazza (la compagna di scuola che mi piaceva, ma che mi sembrava non avesse nessuna attenzione speciale verso di me), per poi ritrovarmi sul cammino inverso della castità? Il discorso era del tutto illogico. Non solo, era anche inverosimile, perché quella ragazza era già insieme ad un altro ed io non pensavo di avere possibilità con lei. Il fatto è che nel giro di due mesi eravamo insieme.


Da quell’esperienza affettiva non imparai che avevo la vocazione sacerdotale. Tuttavia imparai qualcosa di valido anche per la vocazione. Imparai la forza dell’amore. Penso che sia imprescindibile per la maturazione di una persona l’esperienza dell’innamoramento, che ti toglie il sonno la notte, che ti fa contare i minuti che mancano all’incontro, che risveglia delle energie che ti fanno affrontare ogni difficoltà ed ogni fatica. Quando si è innamorati ci si concentra di più, si è capaci di fare di più, si scopre la propria sensibilità, ci si rende conto che non vale la pena vivere da soli, anzi, che la vita è fatta per essere condivisa. L’amore scopre talenti che prima non conoscevamo. È questo il più bell’insegnamento dell’amore.


«Quest’estate, qualcuno ti dirà una parola importante»


Decisi di andare in missione in Messico nell’estate tra il primo e il secondo anno di università perché l’idea mi aveva sempre attirato. Forse anche per vedere con i miei occhi una realtà diversa e per mettermi alla prova: cosa ero capace di fare per i più bisognosi?


Si dice che, durante la missione, occorre stare in attesa di una parola importante che ciascuno sentirà come detta per sé, da una qualche persona del luogo, da un altro missionario, o da chicchessia. Al termine del viaggio mi sentivo un po’ frustrato: non mi sembrava di aver ricevuto nessuna frase sensazionale, nessuno slogan degno di memoria. Tuttavia una parola aveva ripreso forza nel mio cuore: la parola “vocazione”.


Vedere persone più povere, eppure semplici e capaci di essere felici, fu come un pugno allo stomaco. Quanti giovani, nei nostri mondi sviluppati, danno la caccia ai migliori strumenti di divertimento, proprio per costruire con essi la propria felicità, e invece ne diventano dipendenti, preoccupandosi di avere gli ultimi modelli, di seguire le mode, pensando che la propria meta si nasconda dopo un’ulteriore barriera da rompere.


Le persone più povere, in Messico, erano più felici di noi perché erano riuscite a dare un senso alle loro vite. Forse perché meno distratti dal flusso informativo e più radicati ai valori formativi della loro cultura semplice e concreta. Vedevano con maggior chiarezza che solo la fede dà un senso all’esistenza, ricompone le ferite e le privazioni nel tessuto personale di ciascuno. La loro fede non era né solo una devozione, né solo un’idea letta su un catechismo. Era una fede che avvolgeva e salvava l’origine e il fine della persona. Dava peso alle scelte della vita.


Era una fede che mi interrogava sul senso che io volevo dare alla mia esistenza.


«Ragazzi, devo uscire dal gruppo»


Suonare la chitarra e il basso elettrico è sempre stata una fonte di divertimento, di creatività e di emozione. Ma quella serata, nelle prove con il mio gruppo rock, sarebbe stata l’ultima. Avevamo già un’ora e mezza di repertorio ed avevamo iniziato a suonare in locali e feste. Ma proprio dopo una serata di musica dal vivo, capii che quello stile di vita mi lasciava insoddisfatto. Non mi ci identificavo proprio. Quando lo comunicai ai componenti del gruppo, il batterista, con il quale avevo stretto una sincera amicizia, ci rimase male. Anche il chitarrista protestò. Il cantante e leader del gruppo, invece, aveva già compreso che non ero fatto per la musica rock. «Mi rendevo conto, mentre suonavamo, che ti sentivi forzato».


Quella sera, invece di provare le nostre canzoni, andammo a prendere una birra. «Sai, voglio dirti una cosa», mi disse il cantante. «Domenica scorsa è stato il battesimo di mio nipote e gli ho regalato un album per le fotografie dei suoi sacramenti. Nella dedica gli ho scritto: “Ti auguro di avere un miglior rapporto con la fede rispetto a quello che ho avuto io”». In effetti, il cantante del gruppo non era proprio una persona da Messa domenicale… Tuttavia ho ancora in mente il suo sguardo quando mi disse, tredici anni fa: «Forse un giorno tu mi aiuterai a capire il Vangelo». Io avevo 19 anni, lui ne aveva il doppio.


C’è sete di Vangelo nei luoghi e nelle persone più inaspettate. Aspettano solo che qualcuno glielo voglia testimoniare. Come cristiano, anche come missionario e sacerdote, sei chiamato ad evangelizzare, che per me è la gioia più bella che si può vivere sulla terra. Tuttavia, anche annunciando il Vangelo, non farai mai abbastanza per coprire tutte le necessità. Devi sapere che a te tocca annunciare nei modi e nelle circostanze che la vita ti indichi, sapendo però che sarà Cristo ad edificare nei cuori ciò che tu hai annunciato con parole e gesti.


«Se tu vuoi far felice Me...»


Pensavo che nella vita la domanda più importante fosse quella sulla felicità. Mi chiedevo: come fare ed essere felice? Il mio criterio di giudizio riguardo alle attività era: scegli sempre ciò che ti rende più felice. Ero andato al corso di discernimento vocazionale con questa stessa domanda e dopo una settimana di corso, mi trovavo in preghiera in ginocchio e ripetevo a Dio: cosa devo fare per essere felice? Ciò che ascoltai in quella preghiera cambiò per sempre la mia vita.


«Non chiederti solo come essere felice tu, ma se tu vuoi far felice Me...». Intesi che la vita non si risolve pensando solo a sé stessi, ma preoccupandosi di rendere felice qualcun altro. In realtà è ciò sta alla base di qualsiasi relazione che voglia chiamarsi di vero amore. Anche chi voglia sposarsi, non lo può fare pensando solo che “così sarò felice”. In tal senso, starebbe usando l’altra/o come strumento per la propria felicità. Dovrebbe invece essere capace di riconoscere che Dio gli ha dato il talento di rendere felice un’altra vita. E vedere il proprio partner sorridente dovrebbe essere la fonte della propria felicità. Da qui scaturisce la capacità di preferire ciò che rende felice l’altro a me stesso. Questo è il vero amore di donazione, che non è solo ricerca di belle emozioni per sé stessi, ma giunge alla dimenticanza di sé, pur di rendere felice l’altro.


Confesso che scegliere Dio, e non me stesso, come il Tu da rendere felice nella propria vita, è la meta verso cui ho camminato negli anni di formazione, l’orizzonte mai raggiunto del tutto, che però dà senso alle luci e alle ombre del quotidiano. Quando pensi solo a te stesso, la vocazione si ripiega su di sé, si arrugginisce, si stanca. Quando ti dedichi agli altri, allora essa fiorisce. È lo stesso invito che papa Francesco ha rivolto ai consacrati: «Troverete la vita dando la vita, la speranza dando speranza, l’amore amando» (Lettera per l’anno della vita consacrata, 2013).


«Anche i preti hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione»


Concludo con questa frase di Papa Francesco (Discorso al convegno promosso dalla Congregazione per il Clero, 20 novembre 2015), perché è proprio così. Come ogni vocazione, anche la mia è stata suscitata da Dio nel tessuto umano di tutti i giorni ed è debitrice del proprio contesto di origine. Nel mio caso, è d’obbligo ringraziare la mia famiglia per avermi trasmesso una cultura di sincerità, di studio, di fiducia nelle proprie aspirazioni. Ringrazio la mia parrocchia per la prima formazione cristiana. Ringrazio la famiglia del Movimento Regnum Christi e dei Legionari di Cristo per aver recuperato, sostenuto e quotidianamente rilanciato la mia vocazione. Ringrazio la Chiesa in generale, dalla gerarchia al più piccolo degli alunni della scuola di cui sono cappellano, perché credono che la misericordia possa compiere cose straordinarie in un bambino che in quarta elementare lasciava la fidanzata per il sacerdozio.


P. Lorenzo Campanella, L.C., è nato a Brescia il 13 novembre 1982. Ha studiato Economia e Gestione Aziendale nell’Università di Brescia. È entrato nel noviziato della Legione di Cristo nel settembre 2003, ha concluso i baccalaureati di Filosofia e Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Sta svolgendo il suo ministero come cappellano dell’Highlands Institute di Monterrey, in Messico. Sarà ordinato sacerdote il 12 dicembre 2015.


 




FECHA DE PUBLICACIÓN: 2015-12-02


 
 


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