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Incontro di Riflessione per i nuovi vescovi
| APOSTOLATO | NOTIZIE
101 vescovi si sono riuniti nella sede dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum dei Legionari di Cristo per partecipare ad un incontro sulla loro missione di pastori della Chiesa.

Grupo de obispos que participan en el encuentro de reflexión.
Il gruppo di vescovi che hanno partecipato all'incontro di riflessione.

Roma, 18 ottobre 2007. Dal 17 al 25 settembre ha avuto luogo a Roma l´annuale Incontro di Riflessione per i nuovi vescovi, sotto il titolo di Pellegrinaggio alla tomba di Pietro. L´Incontro, organizzato dalla Congregazione per i Vescovi, ha convocato 101 prelati di 34 paesi, la maggioranza dei quali sono stati ordinati vescovi quest’anno. 

Ricettacolo dell’incontro è stato il Centro di Studi Superiori dei Legionari di Cristo e la vicina sede dell´Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Per una settimana varie personalità ecclesiali, invitate dalla Congregazione per i Vescovi, hanno impartito ai partecipanti varie conferenze, che spaziavano dalla pastorale alla spiritualità, dall’ecclesiologia alle nuove sfide della fede. 

Il 22 settembre hano avuto la grazia di essere ricevuti in udienza da Papa Benedicto XVI, a Castelgandolfo.  Il giorno seguente hanno concelebrato la S. Messa della 25a domenica del tempo ordinario nella Basilica di San Pietro; il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi ed organizzatore del Congresso, ha presieduto la cerimonia.

I Vescovi, provenienti da Europa, Asia, America ed Oceania, hanno dato esempio di profondità spirituale e di fraterno apprezzo reciproco. Hanno ringraziato calorosamente la comunità dei Liegionari di Cristo per l’ospitalità ricevuta.

A titolo di esempio presentiamo l’omelia che Mons. Francesco Monterisi, segretario della Congregazione per i Vescovi, ha pronunciato nella S. Messa del 20 settembre, memoria dei santi martiri koreani Andrea Kim e Pablo Chong. Con le sue parole ha tessuto un elogio della fede e della speranza testimoniata dai martiri cristiani, il cui numero, nel secolo XX ha raggiunto la cifra di 12.692 (di cui più di 11 mila erano sacerdoti, religiosi, suore e seminaristi).

* * *

Le Letture della feria di oggi hanno molti temi di riflessione per noi Vescovi: in particolare come superare lo handicap dell´età giovanile della gran parte di voi, l´attaccamento alla Sacra Scrittura, e, dal Vangelo, la disposizione a perdonare e la necessità di amare molto per avere molto perdono.

Ma oggi la Chiesa celebra la memoria dei Santi Martiri Coreani. Ho avuto la grazia di essere in Corea come Nunzio Apostolico per circa quattro anni, dal 1983 al
El Card. Salvatore de Giorgio saluda a los padres Álvaro Corcuera, L.C. (derecha) y Jacobo Muñoz, L.C. (Izquierda)
Il Card. Salvatore di Giorgio saluta i Padri Álvaro Corcuera, L.C (a destra) e Jacobo Muñoz, L.C, direttore territoriale d’Italia (sinistra)
1987. Vorrei quindi parlarvi di questi Martiri e dell´insegnamento che essi ci propongono, con la loro sofferenza, più che con le loro parole.

Non posso certo dimenticare il 5 maggio del 1984, quando il Santo Padre Giovanni Paolo II, canonizzò i 103 martiri che celebriamo oggi; si tratta di soli 103 dei circa 10.000 martiri, uccisi in varie ondate di persecuzioni, portati alla morte con terribili tormenti.

La prima evangelizzazione della Corea è stata compiuta da laici, cioè da alcuni studiosi e filosofi che nel 1784 si recarono a Pechino ed ivi conobbero il Cristianesimo; abbracciarono la religione cattolica e quindi portarono il Vangelo nel loro Paese. Alcuni anni dopo arrivarono i missionari. La Comunità cristiana si sviluppò rapidamente e ben presto vi fu l’ordinazione del primo sacerdote, Sant’Andrea Kim.

Ma la “nuova religione” non fu ben vista dalle Autorità civili del Paese. La persecuzione iniziò ben presto. Nel secolo XIX si scatenarono vere e proprie stragi di cristiani: ci furono numerosissimi martiri, straordinari per la loro fermezza nella fede e per il loro attaccamento alla Chiesa.

(Anche nel secolo successivo, dal 1950 al 1952, durante la Guerra della Corea, vi furono altri numerosi martiri, uccisi “in odium fidei” dai comunisti del Nord. Nella Corea del Nord non rimase nessun Vescovo e neanche un sacerdote. Morì anche il Delegato Apostolico a Seul, per le conseguenze della “marcia della morte” che con altri cristiani dovette fare a piedi da Seul a Pyong-Yang. Di questi martiri è iniziato da poco la causa di Canonizzazione.)

Tutti questi martiri erano coscienti che, attraverso il loro sacrificio, la Parola di Dio si sarebbe diffusa in tutto il popolo coreano e la Chiesa si sarebbe impiantata nella loro terra. Scriveva il Padre Andrea Kim in una sua lettera dalla prigione (la leggiamo nel Breviario di oggi): "Fratelli carissimi, sappiate con certezza che il Signore nostro Gesù, venuto nel mondo, ha preso su di sè dolori innumerevoli, con la sua passione ha fondato la Santa Chiesa e la fa crescere con le prove ed il martirio dei suoi fedeli. ... Dal tempo degli Apostoli, fino ai nostri giorni, in ogni parte della terra la Santa Chiesa cresce in mezzo alle tribolazioni".

La memoria dei Martiri Coreani ci suggerisce molte riflessioni. Da quanto ho osservato di persona, mi sono fatto la convinzione che è grazie alla sua devozione per i Santi Martiri che la Chiesa Coreana manifesta una vitalità straordinaria: ha il numero in proporzione più alto di conversioni di adulti di tutti i Paesi del mondo; vocazioni al sacerdozio e vocazioni maschili e femminili alla vita religiosa in quantità e qualità molto elevate; ottimo livello di pratica religiosa e di approfondimento delle verità
Concelebración eucarística en la Basílica de San Pedro.
Concelebrazione eucaristica nella Basilica di San Pedro.
di fede.

(La spinta propulsiva di questa Chiesa missionaria proviene in gran parte dai laici: i giovani cattolici per i loro compagni di scuola, i professionisti per i loro colleghi, e così via, sono i testimoni e propagatori della fede. I laici sono di fatto gli organizzatori delle attività parrocchiali, e ciò si verifica soprattutto nelle grandi città, in rapido sviluppo sociale, culturale e scientifico, piuttosto che nelle campagne. I sacerdoti si riservano piuttosto i compiti più spirituali di direzione spirituale e di conferimento dei sacramenti.)

Quando guardiamo ai fedeli dei nostri paesi di antica tradizione cristiana osserviamo con preoccupazione e talvolta anche con dolorosa sorpresa, quanto si vanno diffondendo, con  rapidità allarmante, il secolarismo, l’indifferenza religiosa, l’”assenza di Dio”. C’è da domandarsi se alle nostre comunità, per portarle ad un livello più alto di senso religioso, di spiritualità, di impegno, anzi  di entusiasmo, non bisognerebbe presentare più spesso e mantenere viva la memoria e l’esempio dei Martiri, magari di quelli più venerati nelle nostre diocesi o di altri, come i Martiri Coreani. “Noi diventiamo più numerosi quando siamo uccisi”, diceva Tertulliano. Ma i nostri fedeli devono anche essere coscienti che la “parresia”, la “testimonianza forte” dei nostri martiri dev’essere il livello spirituale di tutti i credenti: “Le nuove generazioni devono sapere quanto è costata la fede che hanno ricevuto in eredità” e quanto devono impegnarsi per conservarla, approfondirla e comunicarla ai fratelli ed alle successive generazioni.

“Le nuove generazioni devono sapere quanto è costata la fede che hanno ricevuto in eredità” Queste parole furono pronunciate dal grande Papa Giovanni Paolo II in occasione della “Commemorazione Ecumenica dei Testimoni della Fede” che si tenne al Colosseo, il 7 maggio del 2000, come una delle più importanti manifestazioni del Grande Giubileo.  Il Sommo Pontefice volle far rivivere a tutto il mondo cristiano -ai cattolici, ma anche agli ortodossi ed ai protestanti- il ricordo dei fratelli martiri di tutte le denominazioni, per rivitalizzare la testimonianza cristiana in tutto il mondo nel nuovo Millennio. Tanti Testimoni della Fede hanno dato la loro vita per Cristo durante il secolo scorso, il secolo delle grandi ideologie atee divenute sistemi di oppressione e di persecuzione. Ma esse sono clamorosamente cadute dopo aver perseguitato i seguaci di Cristo. Secondo statistiche ben documentate, nel XX secolo vi sono state le esecuzioni in odium fidei di 12.692 martiri: di essi più di 11 mila erano sacerdoti, religiosi, suore e seminaristi; e –questo dovrebbe interessarci particolarmente- 126 vescovi: “Percuoti il pastore e si disperderanno le pecore del gregge”. Ricordiamo fra di essi il Santo Vescovo Passionista della Bulgaria, Mons. Eugenio Bossilkov e l´Arcivrescovo di El Salvador, Mons. Oscar Romero.

Anche nei 7 anni del nuovo millennio la schiera dei martiri si è ancora arricchita di altre unità. Domenica scorsa è stato ricordata, a un anno dal martirio,  Suor Lionella Sgorbati, uccisa da un fanatico musulmano a Mogadiscio, nel clima creato indebitamente nel mondo islamico dopo il Discorso del Papa a Ratisbona. La domenica 9 precedente è morto il Vescovo “clandestino” della diocesi di Yung-Nien suffraganea di Pechino, Mons. Han Ding Xian: tenuto prigioniero per 35 anni in totale, gli ultimi dei quali in una località nascosta, è morto per le sofferenze sopportate per amore di Cristo e del Papa alle quali si sarebbero aggiunte quelle di un cancro; la sua salma è stata subito cremata e le sue ceneri sepolte in un cimitero comune, per evitare manifestazioni di venerazione dei suoi fedeli. In sostanza, dobbiamo constatare che “l’era dei martiri è tornata”; anzi, non è mai terminata. Pio XI soleva dire: “Credo nella Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e perseguitata”.

Dunque, secondo l´ispirazione di Giovanni Paolo II, anche questi Testimoni del XX secolo, così come i 103 Martiri Coreani di 200 anni fa, dovrebbero ispirare le nostre comunità a mantenere un livello alto di moralità e di santità. Da parte nostra, di noi Pastori, non dobbiamo temere che un cristianesimo esigente ed impegnativo ci alienerà molte pecore del gregge. Ai nostri fedeli, come pure a noi stessi, ovviamente, dobbiamo prospettare obiettivi spirituali elevati.

A parte questo esempio di generale impegno per Cristo e per la Chiesa, quali sono le lezioni più concrete che ci danno i Martiri? Ne sceglierei tre.

Innanzi tutto l’amore per Cristo. Il martirio è la risposta dell’uomo alla bontà di Dio Incarnato e morto in croce per noi. Gesù ha sofferto ed ha patito la morte per amore; il martire non si tira indietro dinnanzi alla sofferenza ed alla morte per amore di Cristo. Quando tanti martiri del Messico erano sul punto di essere fucilati gridavano: “viva Cristo Re”. I martiri sanno di completare con la loro sofferta testimonianza quello che manca alla passione di Cristo. Il discepolo non è da più del Maestro, ma cerca di essergli simile. Noi pastori, più di ogni altro, siamo tenuti ad assimilarci al Buon Pastore, che dà la sua vita per le pecore, animati dall’amore per Cristo e per le stesse pecore.

In secondo luogo, i martiri hanno offerto la propria esistenza per testimoniare la verità della fede cristiana. Molto spesso sono stati uccisi perchè furono costretti a scegliere: o rinnegare la propria fede o morire. Essi accettarono la sentenza di morte perché avevano fede nell’eternità, nel premio riservato ai servi vigilanti ed obbedienti. Abbiamo bisogno anche noi di una fede forte e profonda; soprattutto noi Pastori dobbiamo essere pronti a rendere ragione della nostra speranza e del nostro "Credo". "Justus ex fide vivit". La fede è la chiave per decifrare gli avvenimenti della nostra esistenza e delle nostre vicende come guide del Popolo di Dio. Nel clima della società attuale, i Pastori dovrebbero avere -ed anche mostrare di avere- delle certezze, dei punti di riferimento di valore che si basano sulla fede. Certo, "in dubiis libertas", ma cerchiamo di restringere gli spazi del dubbio; l´imperativo di questi tempi dovrebbe essere quello di essere "fortes in fide", come lo furono i santi martiri.

Ed infine, i martiri sono per noi grande esempio di fortezza cristiana. Questa lezione vale per le nostre comunità, ma vale specialmente per noi, che siamo tenuti a mostrare ai nostri fedeli la strada da seguire. Fa impressione leggere i resoconti del martirio dei singoli 103 Martiri Coreani, come anche di quelli dei nostri tempi. Viene alla mente il generoso gesto del Padre Massimiliano Kolbe, in quel Calvario del XX secolo che fu il campo di sterminio di Auschewitz. La calma accettazione della morte, spessissimo accompagnata dal perdono dei persecutori, dà la misura del coraggio dei martiri e del loro spirito di fortezza. È un esempio da tener presente, soprattutto quando c´è da esercitare la pazienza, da intervenire per opporsi al male, da esorcizzare il timore. "L´amore caccia via il timore". La fermezza dei martiri ci ispira a vincere la mediocrità, la tendenza ad essere accomodanti con la mentalità secolarizzata e permissiva della società in cui viviamo. Nei momenti in cui sentiamo duro il peso del nostro ministero, dobbiamo far risuonare nell´animo la voce dell´autore della Lettera agli Ebrei che alla comunità impaurita di Gerusalemme diceva: "Nondum usque ad sanguinem restitistis": "non avete ancora dovuto resistere fino a dare il sangue"; quindi "non lasciatevi abbattere o perdervi d´animo", considerando come "Cristo ha sopportato tanta ostilità da parte dei peccatori".

In questo momento la nostra preghiera ai Martiri Coreani ed a tutti i martiri più recenti si fa intensa; li supplichiamo di ottenere per noi e per le nostre comunità il loro amore, la loro fede, la loro fortezza. E invochiamo Maria, Regina dei Martiri. La sua fortezza ai piedi della Croce ne ha fatto la "Socia Christi" nell´opera della Redenzione. Ella ci renda degni di accogliere e di trasmettere alle nuove generazioni la fede che ci è stata trasmessa dai martiri a prezzo della loro vita.


DATA DI PUBBLICAZIONE: 2007-10-17


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