Di Silvia Bove.
Il gelato a Orvieto è ottimo. Il pane meno, le
zuppe e la carne e il vino meritano
un buon voto e una particolare attenzione. Questa non
è una rubrica culinaria,ma la testimonianza di una missione evangelica
cattolica durante il triduo Pasquale,con ospite d´onore la speranza di
qualche decina di ragazze vivaci come i colori primaverili del
paesaggio umbro,con il gusto per la tavola orvietana.
Ecco allora gli ingredienti di partenza : trecento grammi
di farina gialla molto solare, una chitarra o due, una
buona dose di carità cristiana, olio extravergine di oliva messianica,
coperte e pigiama pesanti,spirito di lotta con rosmarino e fragranza
santa, temperanza e disponibilità al sacrificio, sale della vita, perseveranza
e coraggio.
Coraggio per combattere gli
imprevisti, il freddo, la frustrazione e la doccia alle sei del
mattino. Che non significa necessariamente nascere con un cuor di
leone, ma affidare quel pane e quell´unico pesce al Dio
che abbiamo scelto come leader della squadra.
Questa non è una rubrica culinaria,ma un´avventura di tre
giorni, di cui alcune ore passate più o meno allegramente
su una Polo Volkswagen blu che non vanta nient´altro che
il suo colore blu.
Il suolo ruvido
di Ciconia, frazione del comune di Orvieto, la più popolosa,
ci accoglie con il calore dei sorrisi curiosi stampati sui
volti degli autoctoni giovani e non più giovani. Alcuni riconoscono
le nostre sagome, reminiscenze degli scorsi anni, altri no e
desiderano scoprire il significato delle felpe missionarie bianche con la
croce colorata che indossiamo con timore e orgoglio.
Singolare lo sguardo amichevole del padrone di casa,
Don Augusto, che abbraccia le sue figlie come fossero sangue
del suo sangue e, dando a queste la benedizione, spiana
il terreno per un nuovo giorno di missione.
Il crepuscolo del giovedì passa agli occhi dello
straniero come timido antipasto del venerdì santo.
Timido ma proficuo. Non un attimo viene sprecato a Ciconia
dalle forestiere con i diversi accenti, (chi da Roma sud,
chi da Roma Nord, dal Messico all´Argentina, dalla Spagna al
Cile, dalla Sicilia alla Campania a Milano) sincronizzate alla perfezione
dalla preghiera e dall´impegno individuale.
Da questo
ci riconosceranno,se ci ameremo gli uni con gli altri,come Lui
ha amato noi.
E su questo tenero
sfondo di profondità, un pallone da calcio vola da un
estremo all´altro della strada davanti alla chiesa, sfiorando un´anziana signora
che a stento cammina con il suo bastone di legno,
appoggio sicuro e fedele. Sulla panchina a destra, nel parco,
una felpa bianca confida le sue insicurezze all´esperienza di una
consacrata dagli gli occhi azzurri e sulla sinistra un gruppo di
bambine giocano con le parole innocenti dei loro anni, che
si contano sul palmo di una mano. Poco distante da
quest´Eden perduto, i rombi delle macchine, non troppe, dei motorini
orgogliosamente guidati dagli adolescenti del quartiere, che con un occhio
ammirano la bellezza di una straniera bianca,con l´altro ne guardano
una seconda. Quest´ultima arrossisce come la prima volta, lasciando intravedere
un breve,ma intenso sorriso. E molto distante da quest´Eden perduto
un ospedale viene visitato dalle altre felpe bianche, che incontreranno
espressioni di sofferenza ma riconoscenti per un gesto qualunque, per
un bicchier d´acqua. Ora la nostra mente è piena di
punti esclamativi, tanti come quelli nei fumetti di Topolino, non
solo effimera punteggiatura, ma personaggi ideali della nostra meraviglia. Le
paure iniziali, quell´eco insostenibile di non essere abbastanza forte,bella o
brava, svanisce sotto lo stupore di sentirsi strumento di Dio,colui
che invoco con odio quando non salva tutta la gente
che vedo soffrire,me in primis.
Ora, in
questo momento di debolezza fisica, durante la via crucis, durante
la veglia notturna di quasi tre ore, non posso abbandonare
quel Re con la corona di spine, colui che penso
mi abbandoni sempre, lo stesso che ha appena sconfitto la
morte con la croce. Mi guardo intorno, tutte facce familiari.
Mi accorgo che queste ormai accettano la mia,e, spezzando la
tensione mistica, trasmigro in un altro corpo per vedere quanto
siamo buffi osservati dall´esterno. Così impotenti, eppure così presuntuosi,al centro
di tutto. Che ridicoli! Poi ritorno e sorrido inginocchiandomi perché, ascoltando il
silenzio, ho afferrato la magnificenza dell´istante e il suo misero
appassire. Questa notte mi perdono e ascolto con ardore i
canti e la chitarra. Un signore applaude all´improvviso tutte le
felpe bianche, anticipando la platea incredula e con le mani
ringrazia il loro impegno missionario.
Il giorno trascorre come appunto trascorrono i
giorni; lo abbiamo passato insieme, noi Ciconia, noi Messico, noi
Spagna, noi Roma, noi Cile, noi Argentina, noi Milano (...);
lo abbiamo delicatamente ammazzato, il tempo, con la timida e
primitiva arte di vivere.
Siamo come cuore,
bocca e mani di Cristo.
Siamo
uniti come lo sono le centinaia di uova colorate, poste sotto
l´altare della chiesa di Don Augusto la mattina del sabato
seguente,come vuole la festa tradizionale di Ciconia.
Ma questa non è una rubrica culinaria, non un vano
tentativo di conversione, ma un intimo bisogno di raccontare l´esempio
della Chiesa Buona. Che esiste ed è viva più che
mai!
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