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| Il dott. Alberto Carrara | |
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di Marcello Tedeschi
ROMA,
venerdì, 1 giugno 2012 (ZENIT.org) - Sulla ricerca e utilizzo delle
biotecnologie c’è molta confusione. Le finalità utilitaristiche confondono rischi e
benefici.
Il tema assume particolare
rilevanza per le implicazione bioetiche che comporta.
Per cercare di fare un po’ di chiarezza
ZENIT ha intervistato il dott. Alberto Carrara LC, relatore della
conferenza “Biotecnologie mediche e sfide bioetiche contemporanee”, che si
è svolta all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum il 29 maggio 2012.
Fr. Alberto Carrara è dottore
in Biotecnologie mediche presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia
dell’Università degli Studi di Padova e assistente presso la Facoltà
di Filosofia dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum a Roma. Dal 2009
è membro del Gruppo di Neurobioetica (GdN) e dal 2010
della Neuroethics Society.
Ci può
spiegare la differenza tra la biotecnologia moderna e la biotecnologia
di tipo tradizionale?
Bisogna innanzitutto premettere una definizione di
“biotecnologie” tanto per contestualizzare e non dar adito a dubbi
o equivoci.
In generale con
questo termine si designa l’utilizzo, da parte dell’essere umano, di
materiale organico secondo un progetto razionale che mira ad un
processo più o meno complesso ed articolato per utilizzarlo a
proprio vantaggio.
Questa definizione generica
comprende perciò da una parte le cosiddette biotecnologie “tradizionali”, che
l’ingegnere ungherese Karl Ereky definiva l’allevamento intensivo di suini, basato
sull’impiego di scarti della lavorazione delle barbabietole di zucchero, e
quindi tutti i processi arcaici di produzione alimentare quali: fermentazioni,
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| Avvenire, Bologna Sette, domenica 27 maggio 2012. | |
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incroci in allevamento e in agricoltura. Dall’altra, sono comprese anche
le biotecnologie “innovative” che possono essere definite come l’applicazione di
principi scientifici e di ingegneria per la produzione di materiali
a partire da agenti biologici, utilizzando conoscenze derivanti dalla biologia,
biochimica, genetica, microbiologia, ingegneria biochimica, chimica combinatoria e dai processi
di separazione.
La differenza sostanziale
tra le due è la specificità dell’azione dello scienziato. Oggi
conosciamo, alla luce della scoperta e caratterizzazione del materiale genetico
e dei suoi meccanismi di funzionamento, il materiale base, il
DNA, per la produzione delle proteine. Sono le proteine i
“mattoni” che costituiscono la maggior parte delle funzioni e strutture
vitali dell’organismo vivente. Proteine sono i più comuni farmaci, come
l’insulina. La “selezione” che veniva operata anticamente ad occhio nudo
tra le specie migliori negli incroci, oggi si opera in
modo specifico e mirato a livello genetico. Ecco la differenza
più eclatante tra biotecnologie “tradizionali” e “innovative”.
Le biotecnologie “innovative” applicano la tecnologia alla materia
vivente (organismi e loro costituenti), per modificare o utilizzare in
modo mirato le caratteristiche di tale materiale organico, allo scopo
di ottenere nuove conoscenze, beni e servizi.
La tecnologia in campo medico ha subito un
notevole sviluppo negli ultimi decenni, pertanto alcuni studiosi, filosofi, ricercatori
e psicologi hanno sentito la necessità di regolare alcuni procedimenti
e tecniche secondo una linea etica comune. In questo contesto
in che modo l’etica interagisce con le scienze?
Sin
dagli anni ’70 quando Potter coniò per la prima volta
il neologismo “bioetica”, l’etica iniziò formalmente ad interessarsi di scienza
e di tecnologia. Non che prima non se ne interessasse.
L’etica è un’attività umana e coinvolge tanto il ricercatore quanto
l’uomo della strada. L’etica interagisce con le scienze nel senso
che la scienza non può essere autoreferenziale, non possiamo, noi
scienziati, trovare nel metodo scientifico stesso le regole per la
nostra condotta. Mi spiego meglio. Lo scienziato scopre, interroga la
natura, diciamo che ne fa emergere sempre nuovi aspetti. Ma
poi la riflessione su come applicare tali scoperte, in che
grado, specie se toccano la dignità e il valore intrinseco
della persona umana, esulano dal metodo scientifico. Ecco allora che
alla scienza viene in ausilio la riflessione filosofica che, muovendo
da certe premesse antropologiche, cerca i criteri e le regole
per l’applicazione delle scoperte scientifiche in ordine al bene comune
e alla salvaguardia della dignità umana.
Ingegneria genetica, nanotecnologie, biotecnologie e neuroscienze: quali sono i
principali vantaggi per l’uomo? Quali i pericoli?
Immensi sono
i vantaggi reali e già così tangibili, frutto di queste
“parolone”. Basti pensare che sin dal 1982, l’insulina umana che
ogni giorno i pazienti diabetici si somministrano è un’insulina “r”,
cioè ricombinante, frutto dell’ingegneria genetica.
Le indagini genetiche per la ricerca precoce dei tumori, per
esempio, è una nanotecnologia d’avanguardia sviluppata a partire dalla conoscenza
che abbiamo del nostro patrimonio genetico e dell’azione delle proteine.
In ambito neuroscientifico, l’utilizzo di
neurotrasmettitori prodotti dalle biotecnologie aiutano oggigiorno milioni di pazienti con
disfunzioni cognitive, deficit dell’attenzione, etc. Come non ricordare poi l’avvento
pionieristico d’avanguardia delle tecnologie di stimolazione cerebrale impiegate, anche se
ancora in pochi casi, per la terapia del morbo di
Parkinson e per i gravi disturbi depressivi?
Se
i benefici sono enormi, anche i rischi e i pericoli
vanno di pari passo. Certamente i film fantascientifici ne esasperano
i connotati, ma tutto dipende da come l’essere umano con
le politiche sociali ed economiche saprà indirizzare la potenzialità benefica
che le biotecnologie contengono.
Come ogni altra risorsa proveniente dalla scienza e dell’ingegno umano,
le biotecnologie non devono essere demonizzate, ma impiegate per il
bene comune di tutti gli uomini. Per evitare i potenziali
e reali rischi bisogna impegnarsi per cercare di avviare una
riflessione documentata, pacata e obbiettiva ed offrirla come doveroso contributo
per l’informazione, soprattutto ai non addetti ai lavori, al fine
di far progredire la presa di coscienza attorno agli eventi
scientifici e biotecnologici che contrassegnano il nostro tempo.
Alla luce delle moderne neuroscienze, l’anima è
ancora un problema filosofico degno di interesse? C’è ancora spazio
per lei nella riflessione contemporanea? Come si inserisce la questione
dell’anima nel rapporto scienza-fede?
Il tema dell’anima è forse
il “filo rosso” che dagli albori della civiltà ad oggi,
l’uomo si porta dietro, lo segue come la sua stessa
ombra. Sono certo che proprio grazie alla luce delle moderne
neuroscienze e neurotecnologie la realtà dell’anima umana emergerà in tutto
il suo splendore. C’è posto per l’anima umana nel dibattito
filosofico proprio perché è l’uomo, essere uni-duale, composto da corpo
e anima, sia colui che fa scienza, sia colui che
vi riflette filosoficamente.
Non c’è
contrapposizione tra scienza e fede, basta rispettare gli ambiti e
i metodi propri di ciascuna disciplina. Oggi il grande problema
è proprio la mancanza d’equilibrio e di umiltà, il voler
possedere una scienza onnicomprensiva che spieghi la realtà, che spieghi
l’essere umano.
Tutti i neuro-determinismi
contemporanei sono insufficienti proprio perché assolutizzano, antropomorfizzano un solo dato
della complessa realtà dell’uomo. L’essere umano si caratterizza per il
“mistero” che da sempre cela e che, d’altronde, costituisce la
forza e l’impulso stesso della ricerca scientifica.
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Fonte: www.zenit.org