Giovanni Malgaroli, L.C.

Tu seguimi!

Non me ne andrò triste.

Anzitutto, Giovanni Paolo II era morto. La cosa mi aveva toccato, anche se in realtà non mi interessava cosa dicesse o facesse. Da quando ero nato lo vedevo lì, in televisione, e questa scomparsa mediatica era una cosa nuova per me. In ogni caso, è stato in quell’anno, 2005, quando le cose sono cominciate a cambiare.

Prima, cioè prima di conoscere Cristo, come tanti altri ragazzi vagavo per la vita senza preoccuparmi di grandi cose. La scuola, sempre sul filo del 6 per passare. La discoteca, d’obbligo al sabato sera. Le partite di calcetto con gli amici, la moto, le vacanze in montagna (meglio se sulla neve), la Playstation. I miei genitori non mi hanno mai fatto mancare niente e io ne ho approfittato per passarmela bene.

La fede… bé, diciamo che era lì, da qualche parte. Non ho mai smesso di frequentare la Messa domenicale, ma non ricevevo l’Eucaristia e non mi confessavo mai. Questa era tutta la mia vita di fede: senza preghiere, senza processioni, senza candele accese… In realtà, a pensarci bene qualche preghiera la facevo prima di addormentarmi: un Padre Nostro, un Ave Maria, una preghiera per i defunti. Niente di più. (Nonostante tale pochezza, la frequenza alla Messa e queste scarne preghiere credo siano state una grazia molto particolare con la quale il Signore non ha voluto che mi allontanassi troppo da Lui).

Nel 2005 stavo cercando di finire l’università, impresa titanica per uno che è sopravvissuto col 6 in pagella. Oramai ero un po’ stufo della routine quotidiana e cercavo qualche uscita dal solito circolo. Anche se era lontana l’idea di una relazione seria, avevo il desiderio di trovare una ragazza con la quale costruire qualcosa insieme.

Ed ecco che dal niente sbuca Aldo, un signore del mio paese che non avevo mai notato. Aldo era costretto sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla. Una domenica mi vede a Messa e, in qualche modo, chiede a mia madre il favore di domandarmi se un giorno potevo andare a parlare con lui. Come dire di no alla propria madre che ti chiede di andare a parlare con una persona sulla sedia a rotelle? Alla fine, come sacrificio, andai a parlare con Aldo. Aldo mi presentò un sacerdote, così che mi ritrovai a dover parlare non solo con il signore sconosciuto sulla sedia a rotelle, ma pure con un sacerdote sconosciuto! Sicuramente non durò a lungo la chiacchierata; il sacerdote, tuttavia, prima che me ne andassi mi invitò a partecipare a un pellegrinaggio diretto a Medjugorje. Ovviamente rifiutai, così come la seconda volta che mi contattò. Alla terza, qualche mese più tardi, non trovai più scuse e, col pensiero che nei pellegrinaggi di solito ci sono molte ragazze, accettai, senza neanche sapere che cos’era Medjugorje.

Il pellegrinaggio, in effetti, brulicava di ragazze in gamba. Strinsi amicizia con un piccolo gruppo di ragazzi e ragazze che si rivelarono molto speciali. Alla fine l’esperienza fu forte, intensa. Qualcosa era cambiato. Con la scusa di tenermi in contatto con loro, incominciai un modesto cammino di preghiera che, come frutto di tanto bene ricevuto, ci portò a organizzare l’anno dopo lo stesso pellegrinaggio mariano, cercando però di coinvolgere più giovani possibile.

Anche in questa occasione andò tutto nel migliore dei modi; il gruppo si compattò e crebbe in numero e fervore. Maria e la preghiera erano sempre più presenti nelle nostre vite e sempre più al centro della nostra amicizia. Fu Maria chi realmente incontrai in questi pellegrinaggi e lei mi fece conoscere suo Figlio. Naturalmente un po’ alla volta. Fatto sta che 13 mesi dopo il primo pellegrinaggio, tornato dal secondo, mi ritrovai pregando il rosario ogni giorno, leggendo qualche versetto del Vangelo ogni giorno, confessandomi ogni mese e ricevendo l’Eucaristia ad ogni messa a cui partecipavo. La vita sacramentale, il contatto diretto con la Parola di Dio e le nuove amicizie nella fede mi avevano fatto scoprire una vita che non conoscevo. Il vuoto lasciato dai molti piaceri effimeri si era riempito della gioia profonda delle cose belle, tra le quali c’era pure quella persona che sembra fatta apposta per stare con te.

Sinceramente non potevo chiedere di più: una bella relazione che stava crescendo, la macchina, l’università che stava per terminare, amici incredibili, moltissima libertà e una famiglia splendida alle spalle che mi sosteneva in tutto. Eppure, con la pienezza della grazia e delle cose belle, incominciavo a sentire un’inquietudine nuova, un non so ché, quasi un pungolo che sembrava volermi aprire altri orizzonti, senza che capissi quali altri orizzonti ci potessero essere.

Nella preghiera il Signore andava coltivando semi di bene che erano pronti per germinare. In effetti, ordinata un po’ la vita con la frequenza ai sacramenti e con il cuore un po’ più puro, non era strano pensare al bene che si può fare vivendo più coerentemente quanto Gesù propone nel Vangelo. Non solo; la lettura diaria di qualche versetto incominciava ad assumere un colore diverso. Poco a poco, non leggevo più la storia di un libro, ma ascoltavo delle parole rivolte a me.

Maria, nel frattempo, provava a farmi capire che cosa significasse essere amato da Dio e cercare di corrispondergli. Il suo esempio di vita e le dolci parole dei suoi messaggi insistevano nello stimolare il mio cuore, tanto che mi ritrovai pensando che non esisteva solo il matrimonio come progetto di vita, bensì pure la strada della consacrazione, del dare la vita affinché altri potessero incontrarsi a loro volta con Gesù, com’era successo a me.

La prima volta che questo accadde mi lasciò sconvolto e, preso coscienza del pensiero “orribile”, rifiutai subito qualsiasi parvenza di inclinazione per una vita così. Le parole del Vangelo, tuttavia, erano ormai un alimento di cui non potevo farne a meno; la loro dolcezza mi consolava e la loro fortezza mi sosteneva. Arrivò il momento in cui i pensieri sulla possibilità di essere sacerdote ritornavano con frequenza senza che ci potessi far niente. L’inquietudine cresceva e con essa la confusione, dato che anche l’affetto per la ragazza con cui uscivo era cresciuto ed era molto sincero.

Continuavo a pregare, ma cercando di non badare a cosa volesse indicarmi il Signore.  Finché andai con gli amici a Lourdes, un posto a me molto caro per aver ricevuto una grazia speciale di Maria quando ero bambino. All’inizio di una Messa mi venne chiesto di assistere il sacerdote all’altare, lo stesso sacerdote dei pellegrinaggi precedenti. Era da molto tempo che non facevo più il “chierichetto”. Al momento della comunione il sacerdote mi chiese di seguirlo e di sostenere il calice, così da permettergli di distribuire l’Eucaristia sotto le due specie. In quel momento mi resi conto della grazia incredibile di poter offrire agli uomini l’alimento per la vita eterna, il pane di vita, Cristo stesso che si dona.

Era definitivamente giunto il momento di fare chiarezza e decidere davvero che cosa fare della mia vita. Mi convinsi di concedere a Gesù un tempo per parlarmi ed ascoltarlo, un tempo che fosse effettivamente un tempo per Lui e non solo qualche preghiera giornaliera. Fu così che, col desiderio di trovare risposte e con la viva speranza che tutto questo fosse solo un “disagio” passeggero, parlai con quel sacerdote dello stato in cui mi trovavo. Lui mi invitò ad un corso di discernimento vocazionale, cioè un periodo di un mese in cui, in un atmosfera di raccoglimento, le attività del giorno sono indirizzate a conoscere meglio il Signore e a dargli la possibilità di parlare “chiaro”.

Per l’ennesima volta Gesù mi rivolgeva queste parole: «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”.» Ma soprattutto quelle che seguono: «Ma a queste parole egli [il giovane ricco] si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni» (Mc 10,21-22). Gesù mi diceva “seguimi!” e io l’unica cosa di cui ero certo era che non volevo andarmene triste!

L’esperienza fu splendida, intensa, certamente diversa da qualsiasi altra. Oramai sapevo cosa voleva Gesù da me; sapevo pure cosa avrei dovuto fare, ma c’erano di mezzo la ragazza, gli amici, la famiglia, le mie cose. Come dirglielo? Come lasciare tutto?

Non ho idea di dove abbia trovato la forza o il coraggio per fare il salto nel vuoto. O meglio, so che è stata pura grazia di Dio! Alla fine, tra le molte lacrime, il disorientamento generale – sia mio che di amici e parenti – un po’ di incoscienza, presi la decisione di seguire Gesù nel modo che Lui mi indicava. Entrai così nella Legione di Cristo, nella quale chiedo a Dio la grazia di donare la mia vita per la conversione dei cuori e la salvezza delle anime.

Per il Regno di Cristo alla Gloria di Dio.

giovanniGiovanni Malgaroli è nato il 27 novembre 1982 ed è vissuto a Lesa (No) fino all’entrata in seminario. È il secondo di tre fratelli. Mentre finiva la Laurea Triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, il 15 settembre 2007 è entrato nel noviziato della Legione di Cristo a Gozzano (No). Due anni più tardi ha emesso la sua prima professione religiosa. Dopo un anno di Studi Umanistici a Salamanca (Spagna), ha trascorso due anni a Roma ottenendo la Licentia Docendi in Filosofia. Nel 2012 si è trasferito a Monterrey (Messico) per il tirocinio apostolico presso l’Istituto Irish. Nel settembre dello stesso anno ha emesso la professione perpetua dei consigli evangelici. Nel 2013 è tornato a Roma per iniziare gli studi di Teologia che ha terminato tre anni più tardi. È stato ordinato Diacono il 16 aprile 2016 a Gozzano (No) da Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo della diocesi di Novara.

Durante i suoi anni a Roma ha fatto parte dell’equipe della Segreteria Generale e il suo primo ministero sacerdotale lo vedrà impegnato come Segretario Generale dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum a Roma.