Francesco Picaro, L.C.

“Avevo i rasta, oggi sono un legionario di cristo”

“L’incontro con Gesù Cristo mi ha cambiato la vita. Soprattutto, mi ha dato il coraggio di fare cose che non avrei mai pensato di fare. Come per esempio, tagliarmi i capelli!”.

Chi lo incontra in giro oggi, con quel volto che trasmette pace e serenità e i capelli corti non potrebbe mai immaginarlo, eppure P. Francesco Picaro, sino al 2002 era quello che chiameremmo un rasta. Capelli lunghi, i classici dreadlocks, fascia giamaicana in testa e tanta voglia di non passare inosservato. L’immagine, ma non la sostanza. Un po’ come nella società di oggi, dove più dell’essere conta l’apparire. Anzi, per meglio dire, il “sembrare”.  Ecco, per mettere a fuoco meglio la questione, è più giusto dire che Francesco Picaro, classe 1984, nato a Novara da genitori pugliesi di Altamura, nella sua adolescenza “sembrava” un rasta: “perché in realtà non ero un seguace della filosofia rastafariana e del loro modo di intendere la vita. Semplicemente, mi piaceva portare i capelli così, per me era un modo di distinguermi dalla massa: c’era chi lo faceva col chiodo, c’era chi lo faceva coi tatuaggi, io lo facevo coi capelli rasta. In più mi piaceva molto la musica reggae e quindi mi identificavo con questo genere di musica portando i capelli rasta. In genere queste cose si fanno quando uno vuole far vedere qualcosa di grande che porta dentro e non sa come esprimerlo, allora usa questi segni, non sa come farli uscire e si mostra al mondo così. Io poi portavo i dreadlocks anche quand’ero all’oratorio…”

Già, l’oratorio. Per chi come Francesco viene da una famiglia profondamente cattolica, il riferimento non può che essere quello. I sacramenti, la Messa, qualche volta sull’altare a fare il chierichetto, il sabato a giocare a pallone con gli amici su quel campo in cemento dove se cadi ti sbucci malamente le ginocchia: “Vedevo un po’ la parte esterna della vita ecclesiale – racconta – come tutti i ragazzi di quell’età. Quando l’animatore dell’oratorio mi chiamava io c’ero, ma non è che poi andassi molto al di là di tutto questo e di qualche attività insieme agli altri. Senza contare che poi, come tanti, vedevo il traguardo della Cresima come una sorta di diploma. Della serie: ho finito il percorso del Catechismo, ho preso il Sacramento, adesso lasciatemi stare. E’ così che piano piano ho cominciato ad allontanarmi dalla chiesa. Pur senza mai rinnegare la mia religione, quando ho compiuto 13 anni ho abbandonato gradualmente quello stile di vita: non andavo più a Messa tanto spesso e cercavo di stare più lontano possibile dall’oratorio, dai gruppi di preghiera e quant’altro. Una fase lunga della mia vita, quasi quattro anni”. Anni intensi, durante i quali Francesco cerca dentro di sé le risposte, non trovando però quella giusta e fermandosi sempre davanti ai dubbi che gli si ponevano di fronte: “Avevo bisogno di esperienze forti – spiega – sentivo che qualcosa, in quella vita che stavo conducendo, mi mancava, ma non lo trovavo da nessuna parte e soprattutto non sapevo cosa fosse. Intuivo soltanto che avevo bisogno di una scossa che mi aiutasse a fare un po’ d’ordine dentro di me e a fare emergere quelle che erano le mie necessità”.

Erano i primi segni del lavoro del Signore su Francesco, ma è ancora presto perché possa decifrarlo: “L’unica cosa che sentivo era di voler vivere un momento forte – spiega – così nel 2001, a 17 anni appena compiuti, vado da mia madre e le dico che volevo passare una Pasqua diversa. Venivo da quattro anni di completo distacco dalla chiesa e dentro di me è nata questa sete di vivere un momento speciale, forte di preghiera. Provate a immaginare la scena: 17 anni, fascia giamaicana in testa, capelli lunghi e una domanda diversa dalle solite, una domanda che cercava una risposta più spirituale, per la mia vita interiore; eppure mia madre non si sorprende, le mamme infatti conoscono il cuore dei figli e le loro necessità, così sorridendo mi dice che a Messina c’erano dei sacerdoti comboniani, che facevano dei campi di lavoro e di discernimento e io decido di mettermi in viaggio. Sono stati tre giorni intensi: il triduo della Pasqua Missionaria prevedeva infatti catechesi da parte dei padri comboniani, condivisione e vita comunitaria, tutti aspetti che poi ho ritrovato nella mia esperienza attuale. E proprio durante una di queste catechesi, quella del Venerdì Santo sulla Passione di Cristo, ho avuto la chiarissima percezione che Cristo aveva sofferto tutto quello, per me. Oggi posso dire che quell’esperienza è stata fondamentale per la mia vita: Cristo era diventato qualcuno per me, non era più un’idea ascoltata a catechismo, ma l’amico che mi aveva salvato. Sono tornato a Novara arricchito, cambiato, pieno e con un rinnovato slancio”. A tal punto che si riavvicina alla chiesa e all’oratorio riprendendo il cammino da dove l’aveva interrotto e anzi raddoppiando l’impegno: “Passavo in oratorio anche quasi tutta la giornata, avevo riscoperto la gioia del servizio e la bellezza di pregare e la cosa bella era che non le sentivo più né come una astratta proposta, né come una “imposizione” ma come una mia esigenza. Quando preghi il Signore Lui ti parla: io ero ancora insoddisfatto, ma era una insoddisfazione piacevole. Stavo bene, ma c’era una domanda di fondo dentro di me che io non riuscivo a mettere a fuoco. Volevo ancora di più”.

Parrocchia e preghiera. Preghiera e riflessione. Francesco ricomincia lentamente a prendere contatto con quel mondo che l’aveva accompagnato nella preadolescenza e il “don dell’oratorio”, quello che l’aveva sempre assistito, ripone in lui la fiducia, assegnandogli la cura di un gruppo di giovani di 13-15 anni: “Ci si trovava in oratorio a San Martino, per un cammino di crescita dei ragazzi e quando si parlava del fatto che alcuni pensavano di allontanarsi dalla chiesa io li capivo, perché avevo vissuto quelle stesse sensazioni. La sfida era ed è portare i ragazzi all’incontro con Cristo”. A settembre dello stesso anno, un altro scossone scuote la vita di Francesco, mettendolo davanti ad una prova che finirà per orientarlo definitivamente: “Mia madre si era ammalata in maniera molto seria – racconta – e aveva subito diversi interventi. In quel mese subisce un nuovo ricovero, ma è l’ultimo e dopo nove giorni purtroppo muore. A quel punto ricomincio a farmi delle domande, soprattutto chiedevo a Dio perché proprio quando mi stavo riavvicinando alla chiesa mi avesse fatto questo. Eventi simili ti segnano e io non avevo molte scelte: tornare alla vita di prima lontano dalla chiesa, oppure abbandonarmi a Dio, a quel Dio che aveva sofferto ed era morto e risorto per me, abbandonarmi a Lui con ancora più forza e farmi guidare da Lui. Ho scelto la seconda strada e la mia vita da quel momento è cambiata, ho cominciato a domandarmi cosa fosse per me la vita e cosa potessi fare io per gli altri. Era l’inizio del mio discernimento vocazionale”.

Insieme al discernimento, va avanti anche la vita di Francesco. Che si diploma perito aeronautico (“ci ho messo un anno in più perché… diciamo che ho sentito la necessità di approfondire alcune materie”, scherza), si fidanza e nel frattempo continua a frequentare la sua parrocchia a Novara: “Un mese dopo la morte di mia madre cominciava il ritiro di inizio anno della parrocchia e io decido di prendervi parte. Anche quello fu un momento determinante per me: venne infatti a portare una testimonianza un fratello dei Legionari di Cristo. Loro si trovavano a Gozzano e io li vedevo spesso, perché a Pasqua venivano sempre a dare una mano per le benedizioni, dato che la mia parrocchia a Novara era molto grande. Dopo quella testimonianza, cerco di tenermi in contatto con quel fratello e quando mi è possibile vado a trovarlo a Gozzano. La sua amicizia mi ha aiutato molto nel cammino, mi ha guidato e dato consigli preziosi in questo periodo di discernimento che è durato un paio d’anni e che stavo affrontando, sempre accompagnato dalla direzione spirituale”.

Dopo la maturità arriva il tempo delle scelte, quelle che si pongono davanti ad ogni diciottenne che esce dal ciclo degli studi superiori. “Dopo la maturità – racconta – avevo tutte le buone intenzioni di cercare un buon lavoro o continuare gli studi universitari…ma sono rimaste solo buone intenzioni e alla fine dell’estate non avevo ancora scelto nessuna delle due opzioni. E così, mio padre giustamente mi disse che l’opzione “rimanere a casa a fare niente, o qualcosa di simile” non gli piaceva molto. Allora mi sono rivolto a un’agenzia che offre lavori con contratti interinali e così ho fatto un anno come magazziniere in diverse aziende. Un lavoro duro soprattutto a causa dei turni: quando mi toccava quello delle 6-14, mi dovevo alzare alle 4.30 del mattino e specialmente in inverno non era per niente piacevole. Ma è stata un’esperienza che mi ha aiutato molto; per me in quel momento (siamo nel 2004) era molto importante la preghiera e il cammino di discernimento si stava facendo sempre più intenso. Già dall’ultimo anno di scuola superiore cercavo di andare a Messa tutti i giorni (cosa che a me sembrava normale… mi sarei accorto di lì a poco perché) e così, quando ho iniziato a lavorare, ho cercato di mantenere questo impegno con Gesù. Se mi toccava il turno di mattina, andavo a Messa il pomeriggio e viceversa. Ringrazio il Signore che mi ha accompagnato anche in quei momenti. Inoltre, grazie a questa esperienza, posso oggi capire meglio il valore del lavoro e i sacrifici che comporta. Posso capire quelle persone che arrivano a casa e sono stanche per pregare e allora posso dar loro qualche consiglio “vissuto”, perché anche io a mia volta ho potuto sperimentare le stesse difficoltà.

Dopo un anno di riflessione e lavoro, la scelta di Francesco è compiuta: sarebbe entrato in seminario, la sua strada era quella. Non restava che dirlo agli altri, al suo mondo: “Mio padre e mia sorella sono stati contentissimi di questa mia scelta. Quanto alla ragazza, è stato diverso. La vocazione la sentivo io, anche se non in modo chiarissimo nei primi tempi. L’orizzonte della vocazione si è schiarito poco a poco e allora le ho spiegato la cosa, da parte sua c’è stata molta comprensione e in seguito siamo rimasti in buoni rapporti”. Restava solo da decidere dove andare a vivere la vocazione, a quale porta bussare. I Legionari di Cristo, quegli stessi fratelli che vedeva ogni anno in parrocchia, diventano la sua casa: “Uno di quei giorni in cui loro erano venuti a benedire casa mia – prosegue ancora – quando mia madre era ancora in vita, proprio lei aveva preso nota di quella visita. Quando io decisi di entrare in noviziato chiesi a mia sorella se ci fosse a casa una Bibbia, rispuntò fuori la Bibbia di mia mamma e con essa quel foglietto sul quale c’era scritto l’indirizzo dei Legionari di Cristo di Gozzano, con i nomi dei tre fratelli che erano venuti da noi”.

Padre Francesco, dopo alcuni anni al noviziato di Gozzano, ha vissuto nella comunità dei Legionari di Cristo di Roma. Con loro ha ritrovato quella dimensione di fraternità e comunità che aveva conosciuto in un ambiente diverso da adolescente. Preghiera, studio, ma anche tanta missione per le strade, fra la gente, a portare il messaggio di Cristo: “Fra lo studio della filosofia e quello della teologia, abbiamo un periodo di due-tre anni dedicato proprio al ministero, alla pastorale. Io sono stato prima due anni a Gozzano, dai fratelli Legionari: mi sentivo un po’ come il fratello maggiore di tanti ragazzi che cominciavano il cammino ed era bello perché in fondo ritrovavo anche un po’ di quella dimensione che vivevo all’oratorio, ero un po’ una loro guida nelle varie attività. Poi sono andato in Messico, in una delle nostre scuole, dove ho fatto da professore di religione e guida spirituale ai ragazzi più giovani, seguendo le immancabili attività di oratorio. Poi naturalmente c’erano i ritiri spirituali e durante la Settimana Santa organizzavamo le Megamisiones una grande opera di evangelizzazione di strada: siamo andati in un villaggio a Nord di Città del Messico, a parlare di Cristo nelle case di alcune famiglie, portando il messaggio porta a porta. E’ stato un anno difficile, ma bello e importante”. Evangelizzare, parlare di Cristo, dell’attualità e della modernità del Suo messaggio di salvezza. Nel piccolo microcosmo di paese come a migliaia di chilometri da casa. Alle persone che non conosci e a quelle con cui hai vissuto una parte della vita. Come ad esempio gli amici, quegli stessi che Padre Francesco ha frequentato nelle varie tappe del suo cammino: “Li incontro ancora, i miei amici – racconta – e tutti mi hanno chiesto il perché di questa scelta. Se lo sono chiesti quelli che avevo all’oratorio ma anche quelli che frequentavo nel periodo in cui ero lontano dalla chiesa. E anche questi ultimi, che magari hanno idee o percorsi di vita distanti dal mio, oggi mi ascoltano volentieri. Succede perché non mi vedono solo come un religioso che parla loro di Dio, ma come un amico e in situazioni come queste è fondamentale. Se è un amico che ti parla di Gesù e non un estraneo, ti fidi di più, perché lo conosci da prima, hai condiviso un tratto di strada con lui e sei maggiormente disposto ad ascoltare ed accogliere il messaggio di cui si sta facendo portavoce”.

Nel settembre 2013, a Gozzano, Padre Francesco Picaro ha fatto professione perpetua; ha poi completato il percorso di studi e si trova ora a Firenze, dove svolge la sua missione nel campo della pastorale giovanile.

 “E dire – conclude – che io non avrei mai pensato nella mia vita di vivere quanto ho sperimentato fino ad oggi: la vocazione mi ha dato la forza per affrontare tutto, ho trovato in Gesù Cristo un Amico forte, una Persona che mi accompagna e mi sorregge ovunque sia. Lo studio, la preghiera costante, l’opera di evangelizzazione, ma anche l’aver cambiato radicalmente il mio aspetto sono cose concrete come tante altre che faccio ogni giorno per amore verso di Lui. Queste azioni le faccio con semplicità, per amore. Vado avanti così e sono felice”.

Francesco PicaroChi lo incontra in giro oggi, con quel volto che trasmette pace e serenità e i capelli corti non potrebbe mai immaginarlo, eppure P. Francesco Picaro, sino al 2002 era quello che chiameremmo un rasta. Capelli lunghi, i classici dreadlocks, fascia giamaicana in testa e tanta voglia di non passare inosservato. L’immagine, ma non la sostanza.